mercoledì 5 giugno 2019


ANTICA  ROMA -   LE MAGISTRATURE

Quante volte ci siamo chiesti quale fosse il segreto del successo di Roma, tale da assegnarle il ruolo di  Cuput mundi, ossia  Capitale del Mondo?… Del mondo allora conosciuto, dove si rispettarono le sue leggi e si contarono gli anni ab urbe condita, cioè  “dalla fondazione della città”.  La risposta, forse, possiamo trovarla nella disciplina e nel controllo esercitato dalle istituzioni.
Ciò  che, ad esempio, faceva la forza dell’esercito romano  non era tanto l’organico, cioè, la struttura secondo la quale veniva organizzato l’esercito,  ma era la disciplina, ossia,  l’austera educazione,  dal carattere di obbedienza assoluta. 
E la disciplina era davvero molto, molto dura.
Il giovane romano a sedici anni era chiamato alla leva militare obbligatoria e ci restava per dieci anni, dopo di che, poteva continuare a restare nell’esercito oppure intraprendere la carriera politica, che era sottoposta ad ogni  sorta di controlli.
Il potere era  suddiviso fra diverse sfere di competenze, preposte ai compiti più disparati, ma Si trattava  sempre di cariche  temporanee ed elettive e mai di  professione, come avverrà invece  in epoca imperiale.i

Le magistrature, ossia, le cariche pubbliche, a carattere elettivo e di durata limitata nel tempo, andarono definendosi soprattutto nel periodo repubblicano,  permettendo ai rampolli di famiglie  patrizie e senatoriali, di accedere al mondo politico. 
La successione delle cariche pubbliche o magistratus, ( termine che  indicava tanto  il Magistrato quanto la Magistratura) costituiva  il cursus honorum.
Molte le restrizioni per accedere alla Magistratura Potevano diventare Magistrati solo i cittadini di sesso maschile, gli uomini liberi e con cittadinanza romana; erano esclusi, quindi, i liberti, ossia gli schiavi affrancati e gli stranieri residenti a Roma…

Le candidature venivano esaminate da Magistrati con imperium, (autorità superiori con massimo potere), nei  Comizi Centuriati, in Campo Marzio. Non era la loro unica mansione, naturalmente, a questi Magistrati  spettava anche  il compito di eleggere gli altri Magistrati, di approvare i progetti  Leggi,  di giudicare in  particolari processi, ecc…

Il primo gradino del cursus era quello della  Questura. I  Quaestores  erano Magistrati con competenze soprattutto di natura  finanziaria. La carica durava un anno, nel corso del quale  amministravano  il tesoro  dello Stato, l’aerarium e il tesoro militare, spolia bellica. ecc… Inizialmente erano in due: quaestores aerarii, cui si aggiunsero due quaestores militares ed in seguito ancora due quaestores classici, addetti alla flotta; alla base c’erano venti uomini, una sorta di assistenti di Magistrati, divisi in quattro Collegi, il più antico dei quali era quello dei Tresviri capitales, incaricato di occuparsi della Giustizia, comprese indagini in casi delittuosi.  
Il proseguimento  della carriera era condizionato dalla benevolenza del giudizio espresso sul lavoro svolto: se soddisfacente, il giovane poteva candidarsi per un avanzamento di  carriera, in caso contrario veniva bocciato e non poteva candidarsi per almeno dieci anni
Magistrati di ordine minore erano i  Tribuni plebis, Tribuni della plebe, istituiti nel 494 a.C. a seguito della secessione della plebe,  con funzione di garanti e difensori dei loro diritti  e  con  la facoltà di porre il veto a quegli atti presentati da Magistrati,  che potevano risultare sfavorevoli alla plebe.
L’avanzamento di grado  poteva contemplava la nomina ad Edile, sempre per un anno e con il compito di sovrintendere ai beni culturali della città ed a tutti gli edifici pubblici e di interesse pubblico. All’origine erano due, gli aediles plebis ed erano strettamente legati ai Tribuni della plebe. A questi Magistrati minori  era affidata  anche la cura delle strade e  degli acquedotti,  l’approvvigionamento della città e perfino l’allestimento dei  giochi pubblici.  Anche questi furono raddoppiati, nel 367 a.C. affiancati da due  aediles curules, di provenienza patrizia.

Il gradino successivo,   era quello della Pretura, carica  altissima della  Magistratura maggiore, che si otteneva sempre attraverso lo stesso procedimento e che durava , anche questa, un anno e poteva essere civile e militare. Se militare,  significava che le persone elette erano stati generali e capi dell’esercito e che in tempi di guerra, sarebbero tornati ad essere generali agli ordini del capo supremo che era il Console.
Il Consolato, dunque,  era il culmine della carriera in Magistratura.  Il potere dei Consoli,  ossia i Capi del Potere esecutivo, poteva apparire  quasi illimitato  e senza controllo ed era questa la ragione per cui  i Consoli furono sempre due,  affinché ognuno dei due  controllasse l’operato dell’altro. In realtà, a frenare tale potere teoricamente illimitato c’erano le Magistrature minori, ma, soprattutto, c’era la Provocatio ad populum,  un  Istituto di Diritto Pubblico, introdotto  nel 509 a,C.  che permetteva all’imputato di appellarsi al popolo riunito in Comizio.
All’inizio, a questa carica potevano accedere solo i patrizi, ma in seguito fu concesso l’accesso  anche ai plebei: uno dei due doveva essere plebeo.
Nacque così  la figura dell’ homo novus , così chamato perché per primo, nella sua famiglia, giungeva ad una carica della Magistratura senza  appartenere già alla nobilitas. 
In realtà,  costoro non erano proprio ben visti dai patrizi  ed  erano gli stessi plebei a preferire qualcuno  con una buona preparazione culturale e  con capacità di risolvere problemi che diventavano sempre più complessi. Molti,però, furono gli homines novi  a lasciare la loro impronta: Mario, Catone il Censore, ecc…
 Suggestiva era la cerimonia di elezione a Console. Il giorno del voto dell’Assemblea  Centuriata, l’istituto preposto,  il Magistrato in carica, dopo aver osservato le stelle ed aver avuto “pronostici” si presentava in assemblea.  Qui, i candidati, avvolti in bianche toghe prive di ornamenti, a dimostrazione di austerità e principio morale, aspettavano il verdetto; di tanto in tanto  sollevavano i lembi della toga per mostrare le ferite riportate in guerra e sollecitare qualche  preferenza.
La carica di Console durava  un anno, aveva decorso dalle Idi di marzo, il giorno 15 del mese in corso, fino al giorno 14 dello stesso mese   dell’anno seguente, quando  terminato il mandato,  era accolto nel Senato.
In tempo di pace, competenza  principale dei Consoli era quella di convocare il Senato, assumerne la presidenza e raccogliere le decisioni dell’assemblea che sarebbero poi  state eseguite, emanando leggi per applicarle.   Giuridicamente,  sia penalmente che civilmente, le prese di posizioni  dei Consoli erano sempre  decisionali. Di competenza dei Consoli  era la liberazione solenne di schiavi come anche  la repressione nei loro confronti, il controllo su donne e stranieri, ecc; avevano finanche la facoltà, in materia finanziaria, di  imporre nuove tasse e nuovi  tributi, ecc…
In tempo di guerra, con  la qualifica di generali, si ponevano al comando dell’esercito, che dividevano in parti uguali; se moriva uno, l’altro assumeva tutti i poteri.

Le competenze dei Consoli  erano le più ricercate, ma anche le più difficili damettere in atto,  poiché richiedevano doti di prudenza, esperienza, discrezione  sia nell’interagire con il Senato che con le Assemblee Popolari, per garantire l’equilibrio dello Stato. Equilibrio che si realizzava solo attraverso il controllo.
Controllo reciproco, in verità.
Le Assemblee erano tre: i Comizi Curiati, i Comizi Centuriati e i Comizi Tributi.
I Comizi Curiati, i più antichi, risalenti ai tempi di Romolo,  erano composti solo da patrizii ; con il tempo contò sempre di meno, fino a cedere quasi tutti i poteri all’Assemblea Centuriata.
I Comizi Centuriati, invece, erano costituiti praticamente, dal popolo in armi e cioè, da tutti i cittadini che facevano parte dell’esercito romano, (stranieri, schiavi e nullatenenti esclusi).
Conservatori quelli dell’Assemblea Curiata e progressisti quelli della Centuriata,  era destino che finissero per a combattersi tra loro, lasciando fuori dei giochi e spesso anche dei diritti, il resto della popolazione, ossia, i plebei, i quali,  finirono per riunirsi per conto proprio e discutere nei Concili della plebe, istituto da cui ebbero sviluppo  i  Comizi tributi, l’istituzione attraverso la quale la plebe combatté lunghe battaglie per la conquista di una giustizia sociale, allorché le fu consentito di eleggersi i propri magistrati e cioè i Tribuni della plebe
La  Lex Villia annalis, del 180 a.C., fissava  l’età minima per accedere ad ognuna delle cariche: 37 anni per la Questura  e un lasso di due anni tra una carica e l’altra; infine, con la Lex Cornelia de  magistratibus, Silla alzò l’età minima  a 30 anni per la Questura,40 per la Pretura e 43 per il Consolato.

Una istituzione particolare fu la Censura. La carica di Censores, durava diciotto mesi e si poteva ricoprire ogni cinque anni, condizionata dalla misura del censo  dei cittadini. Era proprio questo l’ufficio del Censore: accertarsi del patrimonio  del cittadino per poter imporre  le tasse da pagare e appurare se in grado di entrare a far parte dell’esercito, essendo necessario possedere un censo
Oltre a questa, il Censore aveva altre delicate  mansioni da svolgere e cioè, indagare sul comportamento privato e  pubblico di  qualunque cittadino  volesse candidarsi  a qualche carica pubblica. Compreso il Senato.  Più volte, infatti,  spettò ai Censores decidere chi lasciare o chi allontanare dal collegio senatoriale, oltre, naturalmente,  lo stesso Senato.

Una Magistratura eccezionale era invece la Dittatura, della durata di sei mesi.
Il Dictator era un magistrato straordinario nominato dal Senato su richiesta dei Consoli in momenti di particolare gravità o pericolo per lo Stato.
Titolare di  Imperium, ossia, il potere assoluto di governo, sia militare che civile, il Dittatore non poteva essere rieletto, però godeva, oltre che di potere assoluto, anche di particolari privilegi, come il diritto ad essere scortato da 24 littori con  fasci e scure.


venerdì 28 luglio 2017

La giovanissima AGAR che "vien data"... al vecchio ABRAMO?... Oggi, simile situazione "domestica" ha un nome: VIOLENZA.




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.......................... intanto pensavo che, qualunque fosse la ragione di quello strano dialogo fra noi, Sarai faticava davvero molto a portarlo al dunque. Poi, finalmente, proprio mentre stavo per congedarmi da lei col pretesto di inseguire il piccolo, lei disse tutto d’un fiato:
“Il Signore di Abramo mi ha fatta sterile. Abramo non ha eredi legittimi. Tu potrai dargli il figlio desiderato."
Non credevo alle mie orecchie.
"Abramo ha già il suo erede in Seir." risposi.
"La madre di Seir è una concubina, anche se di sangue caldeo.- replicò lei. – Tu puoi dargli l’erede che tanto desidera.”
“Tu permetteresti questo?”
“E’ la legge di Abramo che lo permette e... il mio amore per lui.” sorrise. Un immenso dolore, però, nascosto nella voce e nello sguardo, stese sul suo volto un velo sottile e sublime: la rinuncia per amore. Invidiai quella sua capacità di amare senza confini.
Quella sera finsi di dormire quando Abramo venne a stendersi accanto a me sulla stuoia e le sue mani cercarono la mia pelle tra le pieghe della tunica. Il suo alito mi accarezzava; il respiro mi avvolgeva. Sentivo la sua irrequietezza, l'anelito di libertà e di spazio nascosto in ogni suo gesto. Ero certa che neppure Sarai, nonostante il suo grande amore, conoscesse le recondite profondità del suo spirito come le conoscevo io.
Mi mossi, con un gesto d’insofferenza, ma lui mi trattenne e con dolcezza sciolse il nastro dei capelli che mi nascondevano volto, sguardo e tutti i dubbi.
"Tu... piccola Agar, hai assunto le sembianze e la dolcezza di Ishtar per entrare in me." disse in un bisbiglio.
Non disse altro ed insieme restammo ad ascoltare il sopraggiungere d’ignote sensazioni ed io lasciai che il desiderio m’inclinasse verso quell'uomo cui ero stata assegnata per dovere, ma a cui mi stavo concedendo per amore, poiché era amore il sentimento che stava nascendo dentro di me. L'abbandono dei sensi mi frastornò, origine di un sottile piacere che mi procurava quasi malessere fisico. I miei nudi occhi di fanciulla, chiusi al dolce disagio di quel turbamento, vedevano il suo cuore riempirsi di dolcezza. Il suo respiro ansante sul mio seno, la sua smania sulla mia pelle, il suo corpo che ardeva come fascine secche aggredite dalle fiamme, l'incanto incomparabile di quell'attimo, il fantasma di quello smarrimento... ma d'un tratto tutto andò dissolvendosi, turbato da un’improvvisa presenza: Hiram… la presenza di Hiram sotto la tenda.
Una volta ancora quell’ingombrante presenza: il Sogno. Così viva, così intensa, così reale, che pure Abramo parve avvertirla, poiché rovesciò il capo all'indietro.
Cercai di trattenerlo e di allontanare Hiram.Volevo dire addio per sempre al Sogno e trattenere la Realtà, ma non ci riuscii.Non riuscii a trattenere l’uomo a cui mi stavo concedendo, perché non era il fantasma di Hiram quello che lui sentiva.
Un altro fantasma vagava intorno a noi: Sarai, che piangeva nella parte più fonda della tenda. Avvertii di colpo il disagio di Abramo e nel contempo la contrarietà.
Succede a chi riceve in sacrificio un atto d'amore troppo grande! Solo gli Dei restano indifferenti alla grandiosità di un sacrificio. Gli uomini invece ne sono sopraffatti.
Compresi che l'essenza dell'unione fra Sarai ed Abramo stava proprio nella sublime necessità di quell'atto di rinuncia da parte di lei. Il turbamento di lui, però, il suo disagio, non bastavano ad acquietare la smania di Sarai. Nulla poteva placare il suo dolore e la sua mortificazione.
Continuai a "vedere" Sarai anche dopo che Abramo si fu esiliato dalla mia stuoia per tornare da lei. Continuai a "vederla" mentre le dormiva accanto, il capo poggiato sul guanciale, pago e rilassato fra le sue braccia.
"Sentivo" l'orrore di Sarai di fronte al sangue della "piccola egiziana" mescolato al seme del suo uomo e "sentivo" i suoi sonni agitati e interrotti dal dubbio e dallo sgomento.
Provai pietà per lei, ma anche un grande sentimento di invidia, perché lei sapeva amare la persona al di sopra dell'Amore mentre io amavo l'Amore al di sopra della persona. Fui certa di non essere io la più fortunata.
(continua)
brano tratto dal libro AGAR di Maria Pace

potete richiderlo direttamente  all'autrice con dedica personalizzata 

giovedì 22 giugno 2017

BENVENUTI, AMICI


Avete mai discusso sulle origini del millenario conflitto fra Israeliti ed Ismaeliti? Sulle ragioni storiche, culturali, ambientali.
Chi sono gli Israeliti e chi gli Ismaeliti?
Sono i discendenti di Israele-Isacco e Ismaele, i figli di Abramo, il grande Patriarca, fondatore delle tre moderne Religioni monoteiste.
AGAR, di origine egiziana, era la madre di Ismaele e SARA, di origine babilonese, era la madre di Isacco.
AGAR... la figura più controversa della Bibbia.
La tradizione ce la propone come schiava di Sara, la Sposa Primaria del patriarca Abramo, fondatore del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo), ossia degli Ebrei, rifugiati in territorio egizio.
Sara, però, poteva avere come schiava l’egiziana Agar, una donna del popolo dominante?
Chi era, dunque, veramente Agar?
Sposa, sorella, serva, (ad eccezione di Madre, con ben altra funzione) erano termini che, all’epoca, si attribuivano alla donna, indipendentemente. Anche in Egitto, la Sposa era spesso chiamata: “Sorella del mio cuore”.
E allora: Agar, sposa o schiava?
E’ possibile provare a sciogliere l’enigma, attraverso le pagine di questo libro che narra le vicende di una donna straordinaria e unica: "A G A R"








sabato 10 giugno 2017

INTRODUZIONE




Agar nasce a Tebe, durante il regno di Thutmosis III, da una Sposa Secondaria del Sovrano. Cresce fra gli agi della corte e la reclusione del gineceo reale, mal sopportando il ruolo impostole dal destino e dalla tradizione maschile.
La sua storia personale si intreccia con le vicende di alcuni Faraoni, come Thutmosis III, suo figlio Amenopeth II, la Regina-Faraone, Hatshepsut .Testarda e ribelle, raggiunge la maggiore età, evento che coincide sempre con un matrimonio combinato. Per Agar, però, lo sposo non è un uomo comune: il suo nome è Abramo e viene dalla terra di Ur dei Caldei.
La vita che l’aspetta è assai diversa da quella condotta a Tebe. Un lungo viaggio la porterà a Mambre, dove incontrerà nuove genti e intreccerà nuovi rapporti e dove conoscerà speranze e delusioni.
Alla fine, però, scoprirà il vero ruolo della sua vita.

sabato 3 giugno 2017

ANTICO EGITTO- PSICOSTASIA… ovvero, pesatura dell’anima

ANTICO EGITTO- PSICOSTASIA… ovvero, pesatura dell’anima



Il papiro dello scriba Hunefer vissuto sotto il regno di Seti I – XIX Dinastia dei Faraoni – ben visibili: Hunefer guidato da Anubi – Anubi che pone il cuore sulla Sacra Blancia – La bestia Ammit – Thot che annota il risultato – Horo che presenta il defunto ad Osiride, alle cui spalle c’è Iside.
Tra le varie prove che il defunto doveva sostenere, c’era quella della “pesatura dell’anima” che gli avrebbe permesso di raggiungere il regno di Osiride oppure lo avrebbe condannato ad una gran brutta fine tra le fauci della bestia Ammit; questa era un ibrido: testa di coccodrillo, corpo di leone, coda di serpente, eternamente affamata ed insaziabile d pronta a fare del malcapitato un gustoso spuntino.
Il Ka (spirito) del defunto, però, non era proprio uno sprovveduto e neppure un derelitto mandato allo sbaraglio da solo; ad accompagnarlo e sostenerlo in questo percorso irto di pericoli, c’erano numerose divinità funerarie, tra cui ANUBI, lo Sciacallo Divino, il Traghettatore delle Anime. Questi lo accompagnava fin nella Sala del Tribunale di Osiride e qui poneva il cuore del defunto su uno dei piattelli della Sacra Bilancia.
A questo punto entrava in scena Maat, la dea della Verità e della Giustizia, che si toglieva dal capo la Sacra Piuma e la poneva sull’altro piattello: il cuore e la piuma dovevano avere lo stesso peso. Se il cuore fosse stato più pesante della piuma, il KA del defunto veniva dato in pasto alla bestia Ammit. Per evitarlo, bisognava rispettare il rituale, che tra l’altro, prevedeva l’utilizzo di formule magiche, come quella di “alleggerire” il cuore:
“O mio cuore di mia madre. O mio cuore per il quale esisto sulla terra. Non sorgere contro di me a testimonio. Non creare opposizione contro di me tra i Giudici. Non essere contro di me innanzi agli Dei. Non essere pesante contro di me innanzi al Grande Signore dell’Amenti… Salute a voi o dei potenti per i vostri scettri… Io mi sono unito alla terra e sono giunto nella parte più profonda del cielo… Io non sono morto e sono uno spirito glorificato per l’eternità” (dal Libro dei morti degli antichi egizi -il papiro di Torino)
Non era l’unica prova ad attendere il Ka del defunto. C’era quella della “Dichiarazione di innocenza” o “Giudizio dei 42”. Il Ka veniva invitato a dichiararsi innocente, al cospetto di 42 Spiriti, ognuno dei quali impersonava un peccato: furto, calunnia, avarizia, ecc… In realtà, bastava essere innocente di almeno 7 di quei peccati per sfuggire alle fauci della bestiale Ammit.
Superata queste ed altre prove, il KA del defunto poteva fare due cose e di solito le faceva entrambe: o tornare nella tomba, “entrare” nel corpo imbalsamato o nella statua che lo ritraeva e “vivere” in quell’ambiente, oppure restare negli Hotep Jaru, i Giardini di Osiride, il Paradiso, in qualità di Akh, Spirito Glorioso

domenica 25 ottobre 2015

IL MATRIMONIO NELLA CULTURA BIBLICA




“Non è bene che l’uomo resti da solo, facciamogli un aiuto simile a lui.” si legge nella Bibbia (Tobia  (8/6)
Amore e Matrimonio.
Non solo unione sessuale allo scopo di procreare o avere una vita affettiva, però, ma anche vita di coppia  in unione con  Dio, rafforzata con la preghiera e la Benedizione.
Diciotto anni era l’età giusta per contrarre matrimonio per l’uomo e dodici e mezzo per la donna.
La Legge prescriveva che  la donna fosse libera di sposare chi voleva ma che la scelta restasse nell’ambito dlla tribù e che  cadesse sul parente più prossimo.Soprattutto se la donna era figlia unica, allo scopo di evitare  che il patrimonio finisse in un’altra tribù.
Era  necessario, però, il consenso del padre della sposa il quale aveva l’obbligo di cedere la figlia al parente più prossimo.

L’istituzione del matrimonio prevedeva due fasi:
- La Richiesta di  prendere in moglie una donna  fatta da amici o parenti delll’aspirante marito.
- L’accettazione formale da parte della donna.

Il Rito matromoniale consisteva:
- Consegna della sposa allo sposo da parte del padre di lei
- Invocazione della Benedizione di Dio
- Stesura del contratto matrimoniale

Nel contratto matrimoniale si dichiarava la libera volontà dell’uomo e della donna di conttarre matrimonio, lo stato di verginità della donna, i beni che la donna doveva portare in dote  e l’ammontare dell Mohar, la somma che lo sposo doveva consegnare al padre della sposa o a chi aveva  potestà su di lei .

IL Mohar era una somma in  denaro o  in beni  che diventava proprietà della sposa, ma che di solito era amministrata dal padre di lei. Essa, però, tornava nelle mani della donna  in caso di divorzio o di  decesso del marito.
Ad accompagnare la stesura del Contratto Matrimoniale c’era anche  un rituale simbolico:  lo sposo copriva la sposa con il proprio mantello.  (in caso di divorzio, invece,  lo sposo tagliava un lembo del mantello della sposa).
A suggellare la Cerimonia Matrimoniale c’era il Banchetto Nuziale, allietato da danze, canti e  suoni.

Per vedove in seconde nozze, la cerimonia veniva celebrata il quarto giorno a partire dalla domenica e cioè il mercoledì. Per le ragzze vergini, invece, si celebrava il terzo giorno e cioè il martedì.
Il giorno successivo si runiva il “Tribunale speciale”: se la ragazza non  era vergine le veniva inviato il  “Libello del ripudio”.
Con il matrimonio lo sposo acquisiva la potestà sulla  donna, ma non la proprietà. Egli aveva l’obbligo di  provvedere al suo sostentamento, ma non poteva vederla e cederla ad altri.Durante il rito, gli sposi  pronunciavano la formula attraverso cui manifestavano  la propria libera volontà ad unirisi in matrimonio:
“Tu  sei mia sorella per sempre.” dichiarava l’aspirante sposo.
“Tu sei mio fratello per sempre” dichiarava l’aspirante sposa
I termini “fratello” e “sorella” presso le antiche  culture avevano anche altri significati, tra cui “sposo” o “sposa”.

Le  cerimonie di Richiesta Matrimoniale o Fidanzamento  e quella di Matrimonio  vero e proprio erano distanziate da un lasso di tempo più o meno lungo ed erano accompagnate  da riti, feste e banchetti che  duravano non meno di sette giorni, un periodo chiamato “Settimana nuziale” , mìa che poteva  prolungarsi addirittura per un’altra settimana.

IL MATRIMONIO NELLA CULTURA EGIZIA




IL MATRIMONIO NELLA SOCIETA' EGIZIA
“Creati una famiglia e ama tua moglie come si merita. Nutrila, vestila e rallegra il suo cuore. Essa è un buon campo per il suo signore.”
Così si legge nelle “Esortazioni di Pthahotep”.
E ancora:
“Prendi moglie allorché sei giovane affinché essa possa darti un figlio. Dovresti averlo da giovane, onde poter vivere sino a vederlo uomo.”
Crearsi una famiglia era un traguardo assai importante nell’antica cultura egizia: possedere una casa, prendere moglie, allevare figli.
L’egiziano antico era un uomo essenzialmente monogamo, nonostante l’istituto del concubinato. Una sola, infatti, era la Nebet Per, ossia la “Signora della Casa”, così come appare anche nelle statue che raffigurano la coppia dove la donna è ritratta sempre in dimensioni uguali a quelle dell’uomo.
Naturalmente il concubinato esisteva, ma era praticato soprattutto nelle classi sociali più elevate ed è comprovato da attestati matrimoniali delle varie spose. Anche qui, però, nel gineceo, una sola era la Nebet Ipet ossia, la “Signora dell’harem”.
Era soprattutto il Faraone che, per rinsaldare alleanze politiche ricorreva a numerosi matrimoni attraverso i quali vedeva accrescere il numero di figli e la possibilità di consolidare il potere. Ognuno di quei figli, infatti, veniva educato per ricoprire cariche pubbliche religiose o amministrative, mentre le figlie venivano fatte sposare a nobili di corte o ad alleati stranieri.
Generalmente i matrimoni avvenivano all’interno della stessa comunità ed nella stessa classe sociale; riconosciuti e consentiti erano anche i matrimoni tra cugini, ma non quelli tra fratelli a cui, per motivi dinastici, ricorrevano solamente i membri della Casa Reale.
Ai giovani veniva lasciata una certa autonomia nella scelta della sposa, anche se non mancava una guida familiare, inoltre veniva concesso alle coppie di frequentarsi per un certo periodo prima del matrimonio allo scopo di conoscersi meglio.
Non essendo riconosciuto alcun carattere sacro o istituzionale alla volontà di due persone di unirsi e formare una famiglia, una vera e propria cerimonia non esisteva, però le famiglie dei due fidanzati si riunivano per festeggiare l’evento con canti, danze ed un banchetto. Per l’occasione indossavano tutti, amici e parenti, ma soprattutto le donne, abiti sfarzosi e gioielli sfavillanti ed insieme festeggiavano l’unione dei due fidanzati che sancivano con una promessa d’amore e di fedeltà la loro intenzione di formare una nuova famiglia.
“Io ti prendo come sposa.” recitava lui
“Io ti prendo come sposo” recitava lei.
In epoca come quella babilonese, ebraica, egizia, la prosperità e il rispetto di una famiglia si riconosceva soprattutto nel numero dei figli.
“Felice colui che ha molta gente attorno a sé: egli è rispettato a causa dei suoi figli”
Si legge nelle Istruzioni di Pthahotep.
Una numerosa figliolanza, dunque, era l’aspirazione di ogni coppia; la ricchezza e il prestigio era commisurato al numero dei componenti della famiglia.
Com’era la posizione della donna in seno alla famiglia egizia? Era assolutamente privilegiata. A lei era affidata la conduzione della casa ed a lei era demandata l’educazione dei figli per i primi sei anni di vita. In modo esclusivo e senza interferenza da parte del marito.
Un marito, però, sempre presente e premuroso.
Quando, però, amore, premure ed attenzioni venivano a mancare e l’uomo desiderava convolare a nuove nozze, la tradizione voleva che alla donna ripudiata fosse riconosciuto un congruo risarcimento. Le cause di divorzio erano soprattutto l’adulterio e la sterilità, ma anche il desiderio di una nuova famiglia.
La donna ripudiata era libera di risposarsi.
Anche la donna vedova poteva liberamente risposarsi; in caso decidesse di non farlo e di restare nella casa del defunto marito, ne diventava il capo famiglia e si sottraeva alla tutela della famiglia del marito deceduto; dei beni del marito ereditava un terzo mentre il restante veniva diviso tra i figli. In sostanza, al contrario di altre culture, la vedova egizia era rispettava e protetta.
Molte le esortazioni dei Saggi che suggerivano il comportamento da tenere nei confronti delle vedove.
“Non ti avventare su una vedova quando la trovi sola nei campi.”
e ancora
“Non negare il tuo orcio d’olio ad una vedova, ma raddoppialo di fronte ai tuoi fratelli:”

sabato 19 settembre 2015

AGAR




SCHEDA LIBRO

TITOLO                                AGAR
AUTORE                              MARIA PACE
EDITORE                             AMAZON    (lingua italiana)                
                                              STAR BOOK AMERICA  (lingua inglese)
PAGINE                                382 (versione italiana)
                                              492  (versione inglese)
PREZZO                               16   euro
GENERE                              STORICO-BIBLICO
ISBN                                     9781511520973
Link acquisto                    
  http://www.amazon.com/Agar-Italian-Maria- Pace/dp/1511520973/ref=asap_bc?ie=UTF8
  http://www.amazon.com/Agar-Maria-Pace/dp/1611029775/ref=asap_bc?ie=UTF8




SINOSSI
Agar nasce a Tebe, durante il regno di Thutmosis III, da una Sposa Secondaria del Sovrano. Cresce fra gli agi della corte e la reclusione del gineceo reale, mal sopportando il ruolo impostole dal destino e dalla tradizione maschile. La sua storia personale si intreccia con le vicende di alcuni Faraoni, come Thutmosis III, suo figlio Amenopeth II, la Regina-Faraone Huthsepst. Testarda e ribelle, raggiunge la maggiore età, evento che coincide sempre con un matrimonio combinato. Per Agar, però, lo sposo non è un uomo comune: il suo nome è Abramo e viene dalla terra di Ur dei Caldei. La vita che l’aspetta è assai diversa da quella condotta a Tebe. Un lungo viaggio la porterà a Mambre, dove incontrerà nuove genti e intreccerà nuovi rapporti e dove conoscerà speranze e delusioni. Alla fine, però, scoprirà il vero ruolo della sua vita.



immagine copertina libro in lingua inglese

giovedì 23 luglio 2015

SEGNALAZIONE libro AGAR



Blogs di Taika
Segnalazione: "Agar" di Maria Pace
Scritto il 27 giu : 08:28
Categorie: Fantasy, Segnalazioni
[ Taika Apri Blog ]
"Agar"
di Maria Pace


Casa Editrice (italiana): AMAZON
Casa Editrice (inglese): AMERICA STAR BOOKS
Costo: $ 14.75



Trama:
Agar nasce a Tebe, durante il regno di Thutmosis III, da una Sposa Secondaria del Sovrano. Cresce fra gli agi della corte e la reclusione del gineceo reale, mal sopportando il ruolo impostole dal destino e dalla tradizione maschile.
La sua storia personale si intreccia con le vicende di alcuni Faraoni, comeThutmosis III, suo figlio Amenopeth II, la Regina-Faraone Huthsepst.
Testarda e ribelle, raggiunge la maggiore età, evento che coincide sempre con un matrimonio combinato. Per Agar, però, lo sposo non è un uomo comune: il suo nome è Abramo e viene dalla terra di Ur dei Caldei.
La vita che l’aspetta è assai diversa da quella condotta a Tebe. Un lungo viaggio la porterà a Mambre , dove incontrerà nuove genti e intreccerà nuovi rapporti e dove conoscerà speranze e delusioni.
Alla fine, però, scoprirà il vero ruolo della sua vita.


L'autrice:
Nata a FILIANO (PZ), Maria Pace risiede a TORINO, dove svolge attività di Ricerca e Studio di Antiche Etnie: Egitto, Grecia e Roma in particolare
E’ Presidente della ”Associazione Culturale Anubi”, la quale si propone la divulgazione e la conoscenza di antiche culture, (con particolare attenzione al mondo giovanile), attraverso conferenze e dibattiti presso Scuole ed Istituti, visite guidate a Mostre e Musei, nonché progetti di incontri e scambi culturali sul territorio.

Ex insegnate, ha collaborato con Scuole Medie e Biennio Superiore, attraverso LABORATORI DIDATTICI sull’Ambiente e sull’Antico Egitto.

Ha scritto e pubblicato numerosi testi di narrativa di carattere storico, storico-fantasy e storico-ambientale, corredati di schede per la ricerca e l’approfondimento, utili ad un’attività didattica interattiva con altre materie.

venerdì 17 luglio 2015

A G A R




Figura biblica femminile  fra le più controverse. Forse la più controversa.  Perfino nel significato del nome: amarezza, straniera, fuggitiva, nell'intrepazione egizia, ebraica o araba.
Sempre tracciata da mano maschile, mai femminile.
Eppure oggi questa figura, come disse in un'intervista la scrittrice pakistana  Thamina Durrani (autrice del libro Schiava di mio marito), è stata scelta come simbolo islamico per rappresentare l'impegno delle donne musulmane di uscire da una condizione di dipendenza ed immobilismo .
Ma non solamente delle donne   musulmane.
Agar è una donna che, rispetto ai costumi del tempo, si pone in una posizione critica mettendo in  discussione privilegi (maschili e femminili) ed offrendo spunto per riflettere sulla condizione femminile.
Ma chi é il personaggio Agar?
La tradizione ce la consegna quale schiava di Sarai, Sposa Primaria di Abramo, capo del popolo degli Ibrihim (figli di Abramo) rifugiati in Egitto durante una carestia.
Secondo il racconto biblico  durante la sua permanenza in Egitto Abramo  acquistò servi e serve e qualcuno ipotizza che Agar fosse tra  queste.
La prima domanda che viene spontanea é: poteva una persona appartenente al popolo dominante essere schiava di una persona appartenente al popolo ospite e dominato?  La seconda: all'epoca dei fatti, in Egitto non esistevano schiavi, né esisteva un mercato di schiavi, essendo, questi, prigionieri di guerra di proprietà del Faraone e dei complessi templari..


Fra le tante leggende sorte intorno a questa figura (di cui non esistono tracce né prima né dopo questi fatti) una la vuole figlia del Faraone che si era invaghito di Sarai. La ragazza si sarebbe talmente affezionata a quella donna dai gusti raffinati (Sarai era di origine mitanne: una babilonese) assai diversa dalle donne egiziane, da averla voluto seguire quando Abramo lasciò l'Egitto... come andò a finire lo vedremo presto!

Agar: schiava o sposa?
Sposa, sorella, serva...  (solo madre, con ben altra funzione) erano termini che si attribuivano indipendentemente alla donna.
Nella cultura ebraica Agar é soltanto la schiava di Sarai, per quella islamica, invece, é la Sposa Secondaria del Patriarca.
Nella Genesi  Sarai dice al marito - verso 16:2
"Ecco, il Signore mi ha fatta sterile, ti prego vai dalla mia serva: forse avrò un figlio da lei."
La consuetudine glielo consentiva: in caso di sterilità il figlio nato dalla schiava, partorito sulle sue ginocchia come dal proprio grembo, le apparteneva. Era suo figlio!
Oggi un simile costume è considerato una violenza inaccettabile.  Per entrambe le donne: per il dolore e la mortificazione di Sara e per l'oltraggio su Agar.
La donna sterile all'epoca era  considerata una sciagura per la famiglia e Sarai era sterile.

Sarai non può adempiere alla promessa di Dio di fare di Abramo "Il Padre di una grande Nazione":  la sua sterilità compromette il Disegno Divino, che è il tema dominante di tutto il racconto.  Ed é proprio Sarai ad intervenire.
Abramo resta nell'ombra.  Egli "ascolta la voce di Sarai" quasi fosse un personaggio secondario del dramma.
Ma le due donne non sono alleate e quell'atto genera conflitti e rivalità. Ogni diritto viene calpestato: Agar diventa un oggetto, uno strumento da usare.
Anche i termini  "prendere"   "dare" ... utilizzati  quando si parla di  lei, sarebbero per una donna dei giorni nostri, oltremodo offensivi.

Agar, riporta la tradizione biblica, si insuperbisce e si carica di arroganza quando resta incinta e Sarai si lagna con Abramo il quale, ancora una volta:
"E' la tua schiava ed é in tuo potere, fanne che cosa vuoi."  dice,  rientrando nuovamente fra le quinte e lasciando la scena del dramma alle due donne.
"Sarai la maltrattò tanto che quella se ne andò."  riporta testualmente la scrittura.
Sara é forte, ma Agar é ribelle. Scappa, ma poi ritorna; si umilia e restituisce il prestigio all'altra.


"Quanta sofferenza, quanta angoscia e desolazione ha causato Agar con la sua complicità nell'intento di dare un erede ad Abramo"  - Genesi  15 -4:5.
Quasi una anticipazione alla tribolazione che verrà: quella rivalità di Popoli che ha attraversato i secoli ed ha raggiunto i nostri giorni.  Rivalità di Popoli che ha avuto origine proprio dalla rivalità di quelle due donne: Sarai, gelosa e prepotente e  Agar, intollerante e ribelle.
La rottura finale giunge, però, con la rivalità dei figli: Ismaele, il figlio di Agar  e Isacco, il  figlio   di Sarai e  ancora una volta Abramo ascolta Sarai, che adesso é diventata Sara, cioé Signora-Regina:
"Scaccia quella schiava e suo figlio perché il figlio di quella schiava non sia erede con mio figlio."
Abramo scaccia Agar e Ismaele.

L'analisi finale del racconto può sembrare addirittura un gesto spietato e immorale: scacciare un figlio e votarlo a  morte quasi sicura.
"Abramo le dà del pane e un otre d'acqua."  -  Genesi  21 8:4
Ai nostri poveri occhi  non pare vi sia della morale in questo gesto: un otre e del pane per affrontare da soli il deserto?
In realtà, per il credente, il disegno divino non si conclude con la  cacciata di Agar.  Agar e Ismaele non periranno nel deserto: in loro soccorso arriverà l'Angelo il cui intervento condurrà all'adempimento delle Promesse  Divine:
"Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della tua schiava che é tua prole"
la stessa Promessa fatta per Isacco:
"Farò di lui il Padre di una grande nazione."

Ma qui un'altra domanda é d'obbligo: Chi... o Cosa é l'Angelo?
Chi ha soccorso veramente Agar e Ismaele? La Provvidenza Divina... Certo!
Lo dice la tradizione biblica, lo conferma quella islamica attraverso alcuni riti del pellegrinaggio alla Mecca, la corsa attraverso le collinette di Safa e Marwa,  che rievoca l'affannosa corsa di Agar alla ricerca di acqua per dissetare il figlio: Agar é forte. Agar é coraggiosa. Agar non si arrende.  Agar ha sempre dovuto conquistarsi ogni cosa.
Agar e Ismaele non sono più tornati alle querce di Mambre, ma sono rimasti nel deserto del Paron.   Nessuna notizia, nessun cenno su quel ritorno, solo che "sua madre gli (a Ismaele) prese una moglie del paese d'Egitto."
Questo potrebbe far supporre che siano tornati in Egitto o rimasti in terra di Sinai,  il cui territorio di frontiera era disseminato di avamposti militari egiziani...  questo, però,  conduce inevitabilmente ad altre supposizioni.

Chi volesse approfondire la figura di questa donna, può leggere il libro di Maria  PACE    "A G A R"  richedendolo direttamente a   mariapace2010@gmail.com

IL LIBRO E' STATO TRADOTTO IN INGLESE - PER RICHIEDERLO.

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