martedì 31 marzo 2015

TOGLIERE ad una MADRE la sua CREATURA


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Due mesi dopo misi al mondo la mia creatura.
Era un maschio e gli fu dato il nome di Ismaele, che significa: "Il Signore ha esaudito", proprio come il mio amatissimo Amosis mi aveva predetto la notte in cui avevo lasciato Tebe.
Fu tutto come un sogno: il sorriso di Abramo, i doni di Sarai, il mio pianto di gioia. E poi, il ventre vuoto, il seno gonfio, il cuore triste.
Nella profonda tristezza che nasceva da un dolore nuovo e nel rimpianto che veniva dalla rinuncia, scoprii la solitudine alimentata dal rancore.
Partorii sulle ginocchia di Sarai; lei stessa aveva reciso il cordone ombelicale e per questo mio figlio le spettava di diritto: erano le consuetudini.
Di tutte le consuetudini che Abramo aveva spezzato, di quelle portate dalla Terra di Nahor, quella che permetteva ad una donna di portar via il figlio a un'altra donna, continuava a resistere.
A Tebe no! A nessuna madre sarebbe accaduto mai.
Hathor l'avrebbe impedito!
Sarai reclamò il suo diritto di Grande Madre del popolo di Jhwh. La guardavo, mentre recideva il cordone che ancora legava mio figlio alla mia carne. Era di nuovo bella; quasi come mi era apparsa nel giardino del principe Abimelech, ma più radiosa. I simboli della dignità matriarcale, trionfavano sul suo petto e sulla fronte. Il volto, felice ed appagato, era il volto di una donna diventata madre.
"Il mio bambino.- disse tendendo le braccia verso mio figlio - Guarda il mio bambino, Agar, sorella mia."
"Non chiamarmi Agar. – proruppi - Non chiamatemi mai più Agar, che vuol dire Gioia..Chiamatemi Mara:… perché gonfio di  amarezza è il mio cuore…"
Lei mi fece una carezza e si allontanò col frutto del mio grembo ed io mi sentii il più spoglio degli arbusti e il più solitario dei loti. Le facce mute della gente, il deserto grigio, il cielo, il silenzio, il vagito del mio bimbo che si faceva sempre più lontano, parevano attendere le mie grida di dolore.
Nelle notti che seguirono, la clessidra accanto alla stuoia chioccolava lenta e ogni goccia mi teneva sveglia e teneva sveglia la mia pena alimentata dal dolore. Un dolore nuovo; diverso da ogni altro dolore patito prima. Diverso da quello per i bimbi della fornace del Santuario di Hathor; diverso da quello per la morte di Amosis e di Merit; diverso anche da quello per la perdita di Hiram: era il dolore che tiene vivo il mondo!
Cosa è il Nilo, se non le lacrime di dolore di Iside per lo smembramento del corpo di Osiride? Non è, forse, una vena aperta sul corpo di Hapy? Anche il mio corpo e il mio spirito sanguinavano come il Nilo.
Il dolore, sprofondato nel rancore, mi aggredì lo spirito come un insetto attacca le radici delle piante nella stagione secca: non sentivo più il canto degli uccelli e le tende del campo mi parevano vele alla deriva.



Ne fui atterrita. Conoscevo la devastazione di quel sentimento. Gli oscuri fantasmi, generati in me dagli Dei di Ugarit, di Gerar e perfino dal Dio di Abramo, insidiavano ancora la parte più profonda del mio spirito, ma io decisi di deporre rancori e atteggiamenti di ribellione.
Fu per questo, forse, che Sarai mi concesse di allattare il mio bambino. E mentre porgevo il seno al mio piccolo, che mi trafiggeva il cuore col suo sguardo innocente, mi domandavo se ero proprio io quella donna sottomessa.
Dov’era andata a nascondersi la principessa di Tebe che seguiva il volo degli ibis sognando di volare un giorno con loro?
Ma non c'erano ibis nel cielo di Mambre, solo civette e corvi!

(continua)

brano tratto da    "A G A R"   di Maria Pace
su AMAZON

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tradotto in lingua inglese e lanciato sul mercato di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna da

Editrice   AMERICA STAR BOOKS

oppure AUTOGRAFATO e con DEDICA direttamente presso l'autrice
mariapace2010@gmail.com

lunedì 30 marzo 2015

La principessa Henet di Ugarith



Arrivai nella terra dei Faraoni con la piena del Nilo. Il mio primo vagito fu un urlo di gloria: ero convinta di aver conferito col mio arrivo, dignità e onore ad un giorno altrimenti destinato all'oblio. Non immaginavo, ahimè, che già al primo appuntamento con la vita giungevo seconda: quello stesso giorno nel Mammisi del Tempio di Ammon, assistita dalle ancelle e dalle Divinità Protettrici della Maternità, la Grande Consorte Reale aveva dato alla luce l'erede al trono.
La principessa Menhet di Ugarit, mia madre, quarta moglie del Sovrano, ancora stremata dalla febbre e dallo strazio del parto, considerò il mio arrivo come la più grande delle benedizioni; nel suo ingenuo candore volle per me un nome augurale: Agar Ank Hathor, che significa Gioia generata da Hathor. Con quel nome sperava di guidare sul mio capo la benevolenza di una Dea a lei straniera.
Un nome, dicono i sacerdoti, è lo scrigno che custodisce il carattere di una persona. Un nome, dicono, è l’impronta destinata a guidare una vita e procura a chi lo porta ciò che promette. Il mio nome prometteva gioia, ma io non ho mai creduto troppo a quel che dicono i sacerdoti.
Mia madre invece sì! Eppure, nonostante le sue amorevoli intenzioni, mai nome fu meno profetico di quello. Lei, però, non lo sapeva. Continuava a guardarmi con materno compiacimento mentre la levatrice reale mi scuoteva e percuoteva quella parte poco nobile del corpo, senza rispetto per la mia dignità; quando mi deposero sul suo morbido grembo, io cominciai a piangere, a muovermi e a sgambettare in cerca di cibo. A lungo continuai ad inondare il soffice seno della piccola principessa siriana; così come fa il Nilo con la terra d'Egitto.
Le mani impietose della nutrice, infine, vennero ad esiliarmi da quel porto sicuro per attaccarmi con la bocca ai capezzoli del suo seno; quando fui sazia, mi mise nella culla di giunchi che la principessa aveva intrecciato nei lunghi mesi dell'attesa.
Si trattava di intrecci e nodi particolari, un ordito di steli e giunchi di rara bellezza e bravura: nodi da pescatore.  Solo la gente della Valle del Cedro, che si stende sotto la collina di Shanza, in Siria, conosce quel modo di annodare giunchi. Ne sono assai gelosi e dicono che il dio Baal in persona abbia insegnato loro l'arte di quell'intreccio.

"La magia della Grande Signora è assai potente. - Sechet, l'ancella nubiana, si chinò sulla culla per appendermi al collo i simboli della mia dignità: Sechem e Menit, Sistro e Collana della Vita, emblemi della Dea a cui ero stata votata - Già! - ripeté sistemandomeli con cura - Nel gineceo del nostro Signore, si continuano a generare femmine e mai un maschio. Ma Hathor la Splendente proteggerà la principessa da ogni insidia."
"La tua bocca è come un pollaio attaccato da una volpe, stupida ragazza! Tienila chiusa o, per il Sistro di Hathor, lo farà qualcuno." la rimproverò la nutrice che mia madre aveva condotto con sé dalla Siria, ma anche lei doveva nutrire gli stessi timori di Sechet, poiché si affrettò a rafforzare la protezione di Hathor con altri amuleti: con l’udjat e la nefer, capaci di trasmettere felicità, salute e fortuna.
La gente del Nilo ripone grande fiducia negli amuleti e nelle magiche parole incise sulle loro superfici: le hekau, che hanno il potere di tenere lontano nemici visibili ed invisibili.
Dalla Siria la principessa Menhet aveva portato anche un ricco corredo nuziale.  Con la mia nascita, molti di quei doni avrebbero preso la via del Tempio di Ammon e di quello di Hathor.
Un’unione, quella della principessa siriana e del principe di Tebe, nata per soddisfare disegni di altri: di Thutmosis II, il padre di mio padre, e di Shuball di Ugarit, il padre di mia madre. I due avevano apposto i loro sigilli sul Sacro Papiro, ancor prima che la principessa lasciasse il grembo materno: uno stratagemma ingenuo per stringere un’alleanza precaria; appena gli egiziani voltavano le spalle, quei principi barbari, riprendevano le armi.
Per di più i doni nuziali erano giunti dimezzati a Tebe: Shuballa accusava Thutmosis degli attacchi dei predoni alla carovana e questi accusava l’altro d’avarizia.  Con queste nubi ad offuscare il suo cielo, non sarebbe stato facile per mia madre condurre una vita serena a Tebe.
Al principe Thut, però, s'era subito infiammato il cuore alla vista delle gote di rose e degli strali luminosi della principessa siriana. E mia madre ricambiava l'affetto dello sposo con molta sollecitudine ed aspettava ansiosa la sua visita.

Non preceduta dal sussiego protocollare, la visita del Faraone portò scompiglio nel gineceo reale. Molte donne si lasciarono sorprendere in abbigliamenti ed atteggiamenti non conformi alla dignità del visitatore e un fuggi-fuggi generale rese deserte stanze e corridoi.
Sembrava, però, che avessero lasciato sulle pareti le loro figure, poiché Minmose, il riproduttore reale d’immagini, nel dipingere scene di vita quotidiana, le aveva maliziosamente rubate alla realtà.
Thutmosis, però, era lì solo per me e mia madre e la visita fu strettamente privata. La figura imponente, i contorni energici del volto, gli alti zigomi e il mento arrotondato sotto la pelle abbronzata, mio padre avanzò nella stanza a lunghi passi e con un sorriso smagliante sulle labbra.
"Piccola sorella del mio cuore." disse chinandosi a sfiorarle le labbra piene di grazia; l'ombra che aveva appannato il verde smalto degli occhi di lei parve allontanarsi.
"Forse il mio Signore desiderava un figlio maschio da condurre con sé nelle battute di caccia." disse la principessa, ma lui:
"Ammom-Ra è sceso sopra di noi." la rassicurò sorridendo.
Se anche avesse desiderato un maschio, in verità, mio padre non aveva motivo di lagnarsi: in questo Paese le figlie femmine sono preziose quanto e forse più dei maschi. Qui le figlie femmine sono moneta di scambio nei Trattati di Alleanza con altri Sovrani e… ma perché parlare di cose che dovrò riferire poi?
Dicevo che Thutmosis appariva soddisfatto; l'aureo usekh, luccicanti pietre preziose tagliate a forma di gocce e tenute insieme da una maglia d'oro, splendeva intorno al suo poderoso collo. Lui se lo tolse e lo pose sul seno di mia madre poi si accostò alla culla a fianco del letto. Fu quella la prima volta in cui mio padre ed io ci incontrammo.
"Questa bambina, gioia del mio sguardo, - disse convergendo su di me i penetranti occhi scuri - sarà la dolce colomba che allieterà i miei giorni."
"Sono grata al mio Signore per la sua benevolenza. - la principessa tentò di sollevarsi, ma era debole e ricadde sui cuscini - Sono anche grata al mio Signore per la sua presenza qui."
“Luce dei miei occhi. - esclamò lui girandosi a guardarla - Non potevo mancare di essere accanto alla mia piccola sposa in questo felice giorno."
Sorrideva, mentre giocherellava con le mie minuscole dita serrate intorno al suo indice, attirate dagli anelli; i simboli della dignità regale gli pendevano dal petto.
"La regina Meritre, la Grande Sposa Reale..." cominciò mia madre.
Mio padre si staccò da me con dolce fermezza per tornare al suo capezzale.
"Anche Meritre ha scelto questo giorno per rendermi padre di un forte torello. - il suo sorriso grondava compiacimento e orgoglio paterno - Amenopeth sarà il mio successore, quando verrà per me il tempo stabilito dagli Dei. Questo è giorno di gioia in terra d'Egitto. Nei Templi i sacerdoti stanno sacrificando e officiando agli Dei. Il mio erede, il Falco caro al Figlio di  Usir..."
"Il Falco e la Colomba!" mia madre lo interruppe con un sospiro e l'inquietudine tornò ad offuscare la limpidezza dei suoi occhi verdi.
Mio padre comprese e la rassicurò con una carezza.
"Non temere per tua figlia, dolce gazzella. Fin quando l'alito della vita resterà nelle mie narici, nessuno le farà mai del male."
Mia madre, però, conosceva assai bene le insidie nascoste dietro ogni angolo del gineceo. Dietro i sorrisi della Grande Consorte Reale e dietro quelli di ognuna delle Spose Reali e delle concubine e riteneva una fortuna per me essere femmina: al gineceo non era ancora nato nessun figlio maschio!
In realtà, negli ultimi tempi il Faraone era sempre lontano da Tebe, impegnato a difendere le frontiere del Delta dall'avanzata di popoli nemici. Io non ricordo di averlo mai visto che in abiti da guerra, se non in occasioni speciali come quella visita.
"Questo è giorno di letizia, mio dolce fior di loto. - mio padre interruppe quelli che dovevano essere i pensieri laceranti di mia madre - Perché tanta inquietudine nei tuoi occhi?"
"Perché la Barca di Ammon veleggia su queste stanze."
"Oh no! - proruppe lui con enfasi - No, Luce dei miei occhi. Quella Barca veleggia lontano da qui."
Si chinò a baciarla sulla fronte. Per un attimo, negli occhi di mia madre tornò a brillare quel vivo smalto verde, ma poi:
"Vedo già il nocchiero di quella Barca e mi fa cenno di seguirlo."
"Per il Sacro Occhio di Horo! No! Io gli offrirò sacrifici ed olocausti, se metterà altrove la prua di quella Barca. Io..."
"Neppure il Faraone può mercanteggiare con quel nocchiero. - sorrise lei con dolce malinconia - Egli è già qui e io non potrò far conoscere alla mia bambina le dolci colline di Ugarit."
"Non temere, mio bene. - mentire era inutile. C'era tanta dignità in lei, che mentire con la pietà poteva apparire un insulto al suo coraggio - Tutto quello che occorre farò per lei come se a farlo fosse sua madre."
Quasi avessi percepito la solenne drammaticità del momento, io ricominciai a piangere ed urlare dalla culla; mio padre batté le mani e alla nutrice comparsa sull'uscio fece cenno verso di me.
"Vedo un barbaglio sopra la culla… - la voce di mia madre era sempre più flebile - Vedo una folgore crepitare sul suo capo... Proteggila, ti prego. Da più parti si leveranno contro di lei..."
Anubi ululò in quel mentre nella stanza e, senza neppure consentirle di terminare la frase, spense la sua vita.

A G A R

A G A R
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AGAR

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