martedì 24 febbraio 2015

L'AMATA - poesia egizia


L’AMATA




L’amata è per me meglio delle medicine.
E’ per me meglio del formulario magico
La sua venuta è il mio amuleto:
quando la vedo ritorno in salute.
Mi sdraierò in casa
e fingerò di essere malato.
Verranno i miei vicini a visitarmi
E verrà la mia amata con loro.
Essa renderà inutile il medico
Perché essa conosce il mio male.
Quando l’abbraccio
e sono aperte le sue braccia,
sono come uno che fosse nel paese del Punt
come uno asperso di olio odoroso.
Quando la bacio
e le sue labbra sono aperte
sono ebbro
anche senza birra.


di ignoto - epoca  XVIII Dinastia

lunedì 23 febbraio 2015

L'UNICA - Poesia d'Amore -


L’UNICA




L’unica, l’Amata, la senza pari,
la più bella di tutte, ecco guardatela:
è come la stella fulgente
all’inizio di una bella annata.
Lei che splende di pelle,
con gli occhi belli quando guardano,
con le labbra dolci quando  parlano.
Lei che ha lungo il collo
il petto luminoso
con i capelli di vero lapislazzuli
le cui braccia superano lo  splendore dell’oro
le cui dita sono come boccioli di loto
Lei che ha grosse le reni
strette le anche
le cui gambe proclamano la sua bellezza

con il suo sguardo mi prende il cuore.

(Poesia di ignoto  risalente forse alla XVIII Dinastia)  

domenica 22 febbraio 2015

LA DONNA EGIZIA..... ALLO SPECCHIO



Gli Antichi Egizi possedevano uno spiccato senso del bello e dell’estetica e il più bel messaggio che abbiano potuto inviarci lo hanno affidato a due celeberrimi ritratti di una Regina molto amata soprattutto dai posteri: Nefertiti!  Donna dalla leggendaria bellezza e dalla grazia delicata e sensuale.


                 
Nell’Antico Egitto uomini e donne apprezzavano molto balsami ed unguenti e prestavano particolare attenzione alla cura del corpo, ai profumi, all’acconciatura ed all’abbigliamento, ivi compreso i gioielli.
E ciò non soltanto per quell’innato senso estetico che li accompagnò fin dall’inizio della loro storia e non soltanto per ragioni igieniche, ma anche per un motivo squisitamente trascendentale. Era loro ferma convinzione che la temporanea vita terrena  fosse solo un preludio ad una vita eterna ed era ambizione  di tutti viverla nel modo più felice possibile e con un corpo giovanile e ben curato.
Splendide e meravigliose scene ritraggono  seducenti figure di donne con in mano specchietti dalla squisita e fantasiosa fattura.




Ankh era il nome  dello specchio,  stesso termine che usavano per indicare la Vita.
E non a caso!
Lo specchio non era un semplice oggetto a cui chiedere il consenso per la riuscita del trucco; lo specchio era il magico riflesso di atti e gesti quotidiani: truccata, pettinata, profumata ed abbigliata, la donna (ma anche l’uomo) poteva affrontare la sua giornata.
In metallo, argento oppure bronzo, finemente lucidato,  lo specchio aveva quasi sempre forma rotonda od ovale con preziose decorazioni e finissime incisioni  sul retro e sul manico.

Un certo stile di vita e pressanti  necessità igieniche favorirono l’uso di abluzioni; anche più volte al giorno. Alle abluzioni seguivano i massaggi con unguenti e creme.
Nel creare unguenti, deodoranti, profumi, ecc… gli antichi egizi erano veri maestri:  ricette di cui i  sacerdoti dei Templi di Thot o Ammon o delle sacerdotesse di Iside o Hathor erano particolarmente gelosi.
Dai famosi papiri Ebers sappiamo che dalla mirra e dai semi di dattero e incenso estraevano olii aromatici; che da grassi animali (ippopotami, coccodrilli, ecc)  e da grassi vegetali  creavano creme per rassodare la pelle, ammorbidirla e renderla levigata, attenuare le rughe, coprire i cattivi odori, ecc…  Lo testimoniano i numerosi porta-unguenti, le ingegnose spatole, i preziosi cucchiai per cosmetici, ecc… rinvenuti nelle tombe, alcuni dei quali sono vere sculture. Piccole  opere d’arte  preziose e fantasiose.



Dopo il massaggio, la vanitosa signora egizia passava al trucco. Truccarsi era una pratica assai diffusa e non solo tra le donne.
Per il trucco degli occhi  usava due sostanze: la verde malachite del Sinai  e successivamente  la nera galena del Mar Rosso, adatta, quest’ultima, anche al trucco di ciglia e sopracciglia. Entrambi i pigmenti venivano utilizzati non solo a scopo estetico, ma anche terapeutico e medicamentoso perché utili a curare la congiuntivite (male assai diffuso),  allontanare insetti, riparare lo sguardo dall’ingiuria del sole.
Oltre agli occhi la donna egizia qualche volte truccava anche bocca (piuttosto raramente, in verità) e guance, mediante l’applicazione di carminio e non mancava mai di curare mani e piedi sui quali  amava stendere una leggerissima polvere   arancio- dorata prima di infilarli  in raffinati sandali di corda intrecciata.

La materia prima di tutti questi prodotti, però, arrivava da terre lontane: Libano, Arabia, ecc..   Erano assai costose e non alla portata di tutte le tasche.   Solo  in età tarda gli Egizi cominciarono a piantare sul patrio suolo  gli alberi da cui estrarre le sostanze. I prezzi divennero più accessibili,  tuttavia, per molti   restavano  ancora proibitivi e  per ovviare,si faceva ricorso a sostanze meno costose, come  la menta e l’origano fatte fermentare nell’olio di ricino o altre sostanze ancora.

Terminato il trucco, la  dama  egizia passava all’acconciatura: una vera arte!  Un’arte nella quale era non meno vanitosa della donna moderna. E forse anche di più.
Molto in voga era la parrucca il cui uso si fa risalire fino ad epoca antica.
Capelli o parrucca?
La donna egizia amava esibire entrambi: un’acconciatura elaborata ed impreziosita da un diadema, ma anche  una parrucca acconciata in treccine ornate  di perline e cosparsa di polvere dorata. Una chioma fluente, però, ben curata, frizionata, morbida e setosa, costituiva sempre un elemento di grande seduzione.
Le più giovani portavano una lunga treccia  ricadente sulle spalle e le bambine esibivano la treccia infantile laterale  che lasciava il resto del capo rasato.
Pettinature e parrucche conobbero una certa evoluzione nel tempo. Inizialmente più corte, andarono sempre più allungando e crescendo di volume oltre che di estrosità… proprio come le parrucche dei nostri giorni.

Truccata e pettinata, la dama egiziana era pronta ad infilarsi nella preziosa veste di lino bianco.
Lino bianco! Era la materia prima nella fabbricazione dei tessuti pregiati. Altre fibre di cui si sono trovate tracce, canapa, cotone, lana, erano poco usate perché poco apprezzate e ritenute impure soprattutto per uso funerario… il suo uso, perciò, era lasciato alla gente di rango inferiore
Lino bianco, dunque, per le lunghe tuniche aderenti sostenute da bretelle oppure provviste di lunghe maniche ampie e plissettate. Profonda  la scollatura.
Lino bianco, ampio, leggerissimo, trasparentissimo ed a pieghe per la sopraveste che si annodava sotto il seno o sul fianco: un raffinato mantello chiamato Calasiris, che poteva essere anche  colorato, ma sempre con frange e pieghe.
Famosi i Calasiris delle pitture parietali della tomba della regina Nefertari.


E non poteva mancare, soprattutto nelle cerimonie e nei banchetti, il cono profumato sopra l’acconciatura. Si trattava di un prodotto grasso e profumato a forma di cono che si poggiava sul capo e che il calore del corpo scioglieva lentamente, rilasciando profumo  sulla persona e sull’abito.


A questo punto alla nobile e ricca signora egizia mancava solo un ultimo, irrinunciabile accessorio: i gioielli.
I gioielli, il cui valore non era legato solamente all’intrinseca preziosità della pietra, ma alla protezione magica e benefica di cui era arricchita in virtù di un suo valore simbolico che l’avvicinava al divino. Ed ecco il rilucente oro, di cui si credeva fossero fatte le membra degli Dei o l’argento di cui si credeva fossero fatte le ossa divine, ma anche la sanguigna corniola di cui si pensava fosse il sangue degli Dei.  Non mancavano il verde feldspato e il celeste turchese di cui si immaginavano gli occhi degli Dei; infine, il lapislazzulo blu, di cui erano fatti i capelli degli Dei.

             

    

Erano questi simbolici accostamenti a dare valore al gioiello: ornamento, ma soprattutto protezione magica.
Per questo anche le mummie ne venivano adornate.
Ma non solo la scelta del materiale era simbolica. anche la forma e la fattura lo erano.  E lo erano i soggetti.
I soggetti: pettorali, bracciali, anelli, fibule, collane, amuleti, ecc… raffiguravano le Divinità e le loro funzione.

Assai più semplici e modeste, invece, le lunghe o corte tuniche delle popolane e delle  ancelle ed assai meno costosi i loro gioielli e meno raffinati i sandali e le parrucche, benché la tentazione di emulazione fosse piuttosto forte… ma questo è un peccato anche dei nostri giorni. 

mercoledì 18 febbraio 2015

LA STELE di ROSETTA





Possiamo dire che la scoperta della stele di Rosetta fu fondamentale nela decifrazione dei geroglifici egizi.

Fu rinvenuta ad El Rashid (Rosetta, per l’appunto), un piccolo villaggio su Nilo a qualche chilometro dal Mediterraneo.
Lo straordinario reperto, una spessa lastra di pietra nera della misura di 174 cm di altezza per 72 cm di larghezza, fu rinvenuta dai francesi, ma cadde presto nelle mani degli inglesi con cui proprio in quel territorio si facevano guerra.
Fu donata da re Giorgio III al British Museum di Londra, dove si trova ancora oggi.
Napoleone, però, grande estimatore della civiltà egizia, comprese immediatamente il valore di quella misteriosa pietra nera, appena gli ufficiali del suo Stato Maggiore gliela mostrarono; fece arrivare due esperti da Parigi ed ordinò alcune copie.

Una di quelle copie si trova oggi al Museo Egizio di Torino e fu studiando quello straordinario reperto che il francese  Francois Champollion, (di cui parleremo in altra sede) ne decifrò il contenuto.
Occorsero trenta anni dal suo rinvenimento, però, prima di riuscire a decifrarne le misteriose scritte, ma il grande studioso ed egittologo francese non riuscì mai a vedere l’originale.





             

Che cosa c’è scritto su quelle pietra? E come riuscì, il geniale ed appassionato egittologo francese a trovare la chiave di decifrazione dopo che per trenta anni insigni studiosi, tra i quali il suo stesso professore, Silvestre Sacy, tentarono invano?

In un ordine di tre registri, ognuno dei quali in una lingua diversa: Geroglifico, Demotico e Greco, sta scritto quanto segue:
“… Tolomeo, Colui che vive in eterno, l’Amato di Ptha, il Dio Epifani, Eucaristicus, il Figlio del re Tolomeo e della regina Arsinoe, Filopatore degli Dei.
Molto bene egli ha fatto ai Templi ed ai loro abitatori ed a tutti i sudditi suoi, poiché è un Dio, Figlio di un Dio e una Dea, come Horo, Figlio di Osiride, che ha protetto suo Padre.”

Si tratta, dunque, di un Decreto dei preti di Memfi, risalente al 196 a.C., in cui si riconosce al faraone Tolomeo V il merito di aver ristrutturato il Tempio di Ptha a Memfi.

1419 sono i Geroglifici, distribuiti in quattordici righe ed incompleti; il testo Demotico, invece, pressoché intatto, è distribuito su 32 righe; le parole in greco, infine, sono 486, distribuite su 56 righe.

Genio e costanza permisero al giovanissimo studioso francese di raggiungere quel risultato inseguito da decine di colleghi più o meno illustri. Fu soprattutto l’intuizione, però, a guidarlo verso il successo ed alla interpretazione di quei segni misteriosi: l’intuizione che i segni dei geroglifici avessero anche un valore fonetico.

In realtà, un altro grande  studioso fu ad un passo dalla soluzione: l’inglese Thomas Young, che già prima di Champollion aveva  intuito la relazione tra la scrittura greco-copta e i geroglifici.
Una sola certezza: si trattava di un unico testo scritto in tre lingue diverse.
All’inizio, decifrarlo sembrò impresa facile.
In realtà, occorsero più di trenta anni e il genio multiforme di Champollion.
Occorsero tanti anni a causa di un errato presupposto. Il testo in greco, infatti, era leggibile e traducibile e, giustamente, si supponeva che le altre due scritture avessero lo stesso contenuto. Siccome, però, si era convinti che la scrittura egizia fosse esclusivamente ideografica, le varie decifrazioni degli altri due testi, risultarono assai fantasiose e, a dir poco, bizzarre.

Poco più di 20 anni, invece, ci vollero all’inglese Young per riuscire a decifrare un nome: quello del faraone Tolomeo.
Era scritto all’interno di un cartiglio inciso su un obelisco di un Tempio sull’isola di File.

Ma fu soltanto dieci anni più tardi e fu servendosi proprio di quella prima decifrazione che Champolliom riuscì a decifrare il cartiglio della regina Cleopatra: i due nomi, Tolomeo e Cleopatra (presenti sia sull’obelisco che sulla stele), contenevano diversi segni in comune.

Partendo da quei segni e confrontandoli al demotico (scrittura assai più fluida e lineare) ed al greco, Champollion riuscì a trovare la corrispondenza tra i diversi gruppi di segni (figurativi, simbolici, fonetici) ed a tradurre finalmente la “Scrittura Sacra”.
La conoscenza della scrittura geroglifica, infatti, s’era persa da quasi due millenni.

la Donna nella Società Egizia






"Raddoppia il pane che dai a tua madre e portala così come essa ti ha portato..."
E' una delle massime moralistiche attraverso cui, nella società egizia, tende a manifestarsi quel vago matriarcato in cui si rispecchia la posizione della donna, paritaria con l'uomo. Proprio  come accade nel campo religioso, dove le  Grandi Divinità Femminili (come Iside, Hathor,  Neith) rivendicano la parità con le  Divinità Maschili.

Nebet Per, ossia Signora della Casa, la donna egizia godeva di una posizione di rispetto e privilegio sconosciuta alle donne appartenenti ad altre culture del suo tempo: basta osservare la donna biblica, romana o medioevale; perfino i Greci si stupivano della sua libertà ed eguaglianza
Rispetto e privilegio e nella propria casa e nella società.
Nonostante  l'istituto della poligamia e del concubinato, l'egiziano era essenzialmente monogamo ed una sola era la Signora della Casa: quella che  compariva sempre al suo fianco, perfino  nelle pitture parietali delle tombe, nelle statue  o stele funerarie.
Il gineceo egizio, l'harem, quel luogo proibito e misterioso, era appannaggio soprattutto del Faraone (per motivi politici) e di ricchi Funzionari, ma anche all'interno di un gineceo reale o privato, una sola era la Signora della Casa. E l'ideale di donna emerge chiaro dagli Inni a lei dedicati e dagli accenti appassionati di molte poesie d'amore i quali testimoniano che i matrimoni non fossero solo semplici unioni fra due persone, ma che alla loro base  vi fosse l'amore.

    "La sua sposa, la sua amata.
     Sovrana di grazia, dolce d'amore.
     Piacevole nei discorsi
     Donna perfetta......"   si legge in un papiro del IV  secolo a.C.

e ancora:

    "L'unica, l'amata, la senza pari
     la più bella di tutte.
     Ecco, guardatela:
     é come le stelle fulgenti..."




La donna egizia é indicata con il termine Senet, che vuol dire Sorella, Amica... ma, nei documenti giuridici é chiamata invece Hemet, che significa Sposa: proprio per la funzione che ella svolge in seno alla famiglia.

La donna-sposa era molto influente nella famiglia, benché il matrimonio non fosse una istituzione legalizzata religiosamente o civilmente, ma solo una libera scelta di coabitazione fatta da due persone... scelta a volte, però, condizionata dalla famiglia.
Si deve aspettare il tardo periodo tolemaico per trovare un contratto matrimoniale (contratto che in realtà indicava soprattutto eventuali disposizioni sulla proprietà e i relativi diritti economici degli sposi in caso di divorzio)
Indicativo il fatto che il diritto di discendenza (anche nelle Case Regnanti... soprattutto nelle Case Regnanti) avvenisse per parte materna. Non era raro, infatti, che un uomo avesse rapporti con altre donne della casa e che avesse altri figli... tutti, però, legittimi.

Nello stato di donna sposata, la donna poteva disporre ed amministrare i beni ricevuti in dote o in eredità, le era accordato il diritto di comparire  come testimone o di intraprendere azioni giuridiche  nei processi. Non avendo tutori, era riconosciuta responsabile delle proprie azioni  esattamente come gli uomini e come questi, se portata in giudizio, sottoposta alle stesse pene.
In caso di vedovanza la donna egizia acquisiva il prestigio di capofamiglia, ereditava un terzo dei beni del marito e poteva risposarsi.
Alla donna ripudiata e rifiutata, invece, spettava sempre un largo compenso. La causa di ripudio era quasi sempre la sterilità, ma si poteva ovviare attraverso l'adozione.

Nella vita pubblica quanto in quella privata, la troviamo spesso impegnata in ruoli di prestigio e responsabilità, nonostante che  le cariche pubbliche fossero in realtà,  ricoperte soprattutto da uomini. Poche, infatti le donne che giunsero a detenere il potere supremo o a collaborare nell'attività politica: la regina Huthsepsut, nel  primo caso, la regina Nefertiti, nel secondo.
In campo religioso ricopriva spesso cariche di “Divina Adoratrice” o “Grande Sacerdotessa” di Divinità importanti come Sekhmet, Iside, Hathor; in campo amministrativo la si poteva trovare perfino a capo di un Dicastero come quello degli “Unguenti e Profumi”.
Nel privato si occupava della conduzione della propria casa, dell’educazione dei figli, dell’amministrazione di beni in proprietà con il marito e di altro ancora. La sua vita era facile e piacevole, vissuta quasi nell’ozio, tessendo o filando, tra feste e banchetti.




Tutto ciò, naturalmente, se si trattava di donne benestanti. Le donne di più umile origine, invece, avevano vita assai meno facile. Tessevano e filavano anch’esse, ma oltre a ciò, si occupavano dei lavori domestici e di quelli dei campi e facevano mille altre cose… come tutte le donne del mondo, prima e dopo di loro. Partecipavano ad ogni tipo di attività lavorativa, ma con preponderanza verso quelle domestiche: erano fornaie, mugnaie, birraie, spigolatrici, filatrici, tessitrici, contadine, nutrici, cantanti, musiciste,ecc...
Non solo lavori domestici, però. Le troviamo impegnate anche in attività amministrative con ruoli di di responsabilità. Incontriamo donne medico-ostetrico per donne e bambini, come Pesechet, della V Dinastia, ma anche donne dedite al commercio del vino e della birra ( attività squisitamente maschile) e sappiamo di donne che svolgevano attività di Giudice, Scriba e perfino Visir (corrispondente al nostro Presidente del Consiglio dei Ministri).

Diversa, però, era l’esistenza all’interno di un Ipet, il gineceo reale.
Qui, le donne vivevano in una condizione di recluse, all’interno di una gabbia dorata, con il solo scopo di arrecar piacere al Sovrano e senza nessuno dei diritti riservati alle donne comuni; scelte in tutto il Regno, quella condizione, però, era un grande onore per se stesse e le loro famiglie.

Le varie statuette rinvenute nelle tombe,  le scene parietali, ecc... ci  mostrano una donna assai bene inserita nella società lavorativa: ci trasmette, cioè, il grado di rapporto paritario raggiunto con l'uomo; assai diverso d quello delle donne appartenenti a civiltà della stessa epoca.

La donna, però, era soprattutto il pilastro della famiglia e la famiglia era il pilastro della società e come tale  la donna egizia era rispettava e protetta.

A G A R

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Versione in lingua : inglese, francese, spagnolo - AMERICA STAR BOOKS

AGAR

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