domenica 5 aprile 2015

AGAR - Presentazione

AGAR  di  Maria PACE
romanzo storico-biblico




Agar nasce a Tebe, durante il regno di Thutmosis III, da una Sposa Secondaria del Sovrano. Cresce fra gli agi della corte e la reclusione del gineceo reale, mal sopportando il ruolo impostole dal destino e dalla tradizione maschile. La sua storia personale si intreccia con le vicende di alcuni Faraoni, come Thutmosis III, suo figlio Amenopeth II, la Regina-Faraone Huthsepst. Testarda e ribelle, raggiunge la maggiore età, evento che coincide sempre con un matrimonio combinato. Per Agar, però, lo sposo non è un uomo comune: il suo nome è Abramo e viene dalla terra di Ur dei Caldei. La vita che l’aspetta è assai diversa da quella condotta a Tebe. Un lungo viaggio la porterà a Mambre, dove incontrerà nuove genti e intreccerà nuovi rapporti e dove conoscerà speranze e delusioni. Alla fine, però, scoprirà il vero ruolo della sua vita.

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I Matrimoni Incestuosi di Faraoni



Perché i Faraoni sposavano figlie e sorelle, praticando, così, l’incesto?
La domanda è legittima e la risposta pare scontata:
“Per preservare la purezza del sangue.”
Un fondo di verità c’è, in questo, ma ci sono anche altre cause: tradizione, politica, religione…
Sappiamo che l’Egitto non era il solo Paese a seguire tale consuetudine: il babilonese Abramo aveva per Sposa Primaria la sorella Sarai e l’ittita Suppilulumia, di sorelle ne aveva sposate addirittura due.
In realtà, in Egitto l’incesto era considerato un reato e come tale punito, ma solo per la gente comune.
Perché, dunque, quella pratica contro natura nelle Famiglie Reali?
In Egitto ( e non solo in Egitto) il trono si ereditava per via femminile: durante il matriarcato prima e in retaggio di tale sistema, dopo.
Era nelle vene della Grande Consorte Reale che scorreva il “sangue divino” ed era lei ad essere, da sempre, considerata “Figlia di Dio”. (basta dare uno sguardo alle iscrizioni del Tempio di Deir El Bahary, il Complesso Funerario di Huthsepsut, la Regina-Faraone)

La Grande Consorte Reale trasmetteva alla principessa ereditaria il suo sangue divino assieme al diritto al trono:  questo, dunque, era “proprietà” della Grande Regina e passava in eredità alla figlia femmina e non al figlio maschio.
Il principe ereditario, designato dal Faraone in carica, lo riceveva dopo un complesso cerimoniale che possiamo riassumere in tre momenti:
- Le Nozze Divine:  tra la principessa ereditaria e il Dio Dinastico (Ammon, nel Nuovo Regno - Ra o Ptha nell'Antico Regno), celebrate nel Tempio Dinastico di Karnak, a Tebe: uno dei misteri più impenetrabili dell’Antico Egitto. (siamo ancora nel Nuovo Regno)
- Le Nozze regali:  della principessa e futura Regina con il principe ereditario
- L’atto sessuale: e il conseguente mescolamento di sangue.

Attraverso tale cerimoniale lo spirito del Dio-Dinastico passava dal corpo della principessa in quello del principe: il futuro Faraone. (Per-oa, ossia Palazzo Divino:  il luogo in cui si incarnava la Divinità. Faraone, che vuol dire Incarnazione di Dio )



In teoria,  ogni uomo poteva, sposando la principessa ereditaria, diventare Faraone.
Il pericolo di guerre dinastiche tra principi era reale ed elevato; non esisteva diritto di primogenitura, ma solo quello di designazione da parte del Faraone, anche se di norma ad essere designato era, ma non sempre, il primogenito. (Ramseth II, ad es. era il quarto figlio di Sety e il fratello primogenito gli mosse guerra; Keope, al contrario,  era il quinto figlio di Snefru e suo fratello primogenito fu tra i progettisti della Grande Piramide)
Reale ed elevato era anche quello costituito da guerre di conquista da parte di stranieri.
Il Faraone in carica, dunque, alla nascita della principessa ereditaria le assegnava un marito: uno dei principi ereditari. Accadeva, però, anche che la prendesse in sposa egli stesso, in assenza di fratelli.
Così fece il faraone Amenopeth IV (conosciuto anche come Akhenaton), che sposò tutte e sei le figlie; Sua Maestà Sety I, invece, fece sposare due sorelle al suo successore designato: Ramesse II (che pure era già sposato con la bellissima ma molto borghese Nefertari)
Lo stesso fece il faraone Thutmosis I con il figlio Thutmosis II, che diede come marito alla celeberrima Huthsepsut, Regina-Faraone.

nota: si suppone che sia stato per impedire una guerra dinastica che la principessa Maritammon, figlia di Akhenaton, e sorella di Anksenammon, moglie del celeberrimo Thut-ank-Ammon abbia finito per sposare il generale Haremhab diventato, in seguito a ciò, Faraone:  un Faraone usurpatore e anello di congiunzione con la XIX Dinastia  dei Ramessidi... usurpatori anch'essi..

Il Matrimonio nella cultura egizia




"Creati una famiglia e ama tua moglie come si merita. Nutrila, vestila e rallegra il suo cuore. Essa é un buon campo per il suo signore."
Così si legge nelle “Esortazioni di Pthahotep”.
E ancora:
“Prendi moglie allorché sei giovane affinché essa possa darti un figlio. Dovresti averlo da giovane, onde poter vivere  sino a vederlo uomo.”
Crearsi una famiglia era un traguardo assai importante nell’antica cultura egizia: possedere una casa, prendere moglie, allevare figli.
L’egiziano antico era un uomo essenzialmente monogamo, nonostante l’istituto del concubinato. Una sola, infatti, era la    Nebet Per, ossia la  “Signora della Casa”, così come appare anche nelle statue che raffigurano la coppia dove la donna è ritratta sempre in dimensioni uguali a quelle  dell’uomo.
Naturalmente il concubinato esisteva, ma era praticato soprattutto nelle classi sociali più elevate ed  è comprovato da attestati matrimoniali delle varie spose. Anche qui, però, nel  gineceo, una sola era la Nebet Ipet ossia, la “Signora dell’harem”.
Era soprattutto il Faraone che, per rinsaldare alleanze politiche ricorreva a numerosi matrimoni attraverso i quali vedeva accrescere  il numero di figli e la possibilità di consolidare il potere. Ognuno di quei figli, infatti, veniva educato per ricoprire cariche pubbliche religiose o amministrative, mentre le figlie venivano fatte sposare a nobili di corte o ad alleati stranieri.




Generalmente i matrimoni avvenivano all’interno della stessa comunità ed nella stessa classe sociale;  riconosciuti e consentiti erano anche i matrimoni tra cugini, ma non quelli tra fratelli a cui, per motivi dinastici, ricorrevano solamente i membri della Casa Reale.

Ai giovani veniva lasciata una certa autonomia  nella scelta della sposa, anche se non mancava una guida familiare, inoltre veniva concesso alle coppie di frequentarsi  per un certo periodo prima del matrimonio allo scopo di conoscersi meglio.
Non  essendo riconosciuto alcun carattere sacro o istituzionale alla volontà di due persone di unirsi e formare  una famiglia, una vera e propria cerimonia non esisteva, però le famiglie dei due fidanzati si riunivano  per festeggiare l’evento con canti, danze ed un banchetto. Per l’occasione indossavano tutti,  amici e parenti, ma  soprattutto le donne, abiti sfarzosi e gioielli sfavillanti ed insieme festeggiavano l’unione dei due fidanzati che sancivano con una promessa d’amore e di fedeltà la loro intenzione di formare una nuova famiglia.
“Io ti prendo come sposa.” recitava lui
“Io ti prendo come sposo” recitava lei.

In epoca come quella babilonese, ebraica, egizia, la prosperità e il rispetto di una famiglia si riconosceva  soprattutto  nel numero dei figli.
“Felice colui che ha molta gente attorno a sé: egli è rispettato a causa dei suoi figli”
Si legge nelle Istruzioni di  Pthahotep.
Una numerosa figliolanza, dunque, era l’aspirazione di ogni coppia; la ricchezza e il prestigio  era commisurato al numero dei componenti della famiglia.
Com’era la posizione della donna in seno alla famiglia egizia?  Era assolutamente privilegiata. A lei era affidata la conduzione della casa ed a lei era demandata l’educazione dei figli per i primi sei anni di vita. In modo esclusivo e senza interferenza da parte del marito.
Un marito, però, sempre presente e premuroso.
Quando, però, amore, premure ed attenzioni venivano a mancare e l’uomo desiderava convolare a nuove nozze, la tradizione voleva che alla donna ripudiata fosse riconosciuto un congruo risarcimento. Le cause di divorzio erano soprattutto l’adulterio e la sterilità, ma anche il desiderio di una nuova famiglia.
La donna ripudiata era libera di risposarsi.
Anche la donna vedova poteva liberamente risposarsi; in caso decidesse di non farlo e di restare nella casa del defunto marito, ne diventava il capo famiglia e si sottraeva alla tutela della famiglia del marito deceduto; dei beni del marito ereditava un terzo mentre il restante veniva diviso tra i figli.  In sostanza, al contrario di altre culture, la vedova egizia era rispettava e protetta.
Molte le esortazioni dei Saggi che suggerivano  il comportamento da tenere nei confronti delle vedove.
“Non ti avventare su una vedova quando la trovi sola nei campi.”
e ancora
“Non negare il tuo orcio d’olio ad una vedova, ma raddoppialo di fronte ai tuoi fratelli:”

sabato 4 aprile 2015

Il Matrimonio nella Cultura Biblica




“Non è bene che l’uomo resti da solo, facciamogli un aiuto simile a lui.” si legge nella Bibbia (Tobia  (8/6)
Amore e Matrimonio.
Non solo unione sessuale allo scopo di procreare o avere una vita affettiva, però, ma anche vita di coppia  in unione con  Dio, rafforzata con la preghiera e la Benedizione.
Diciotto anni era l’età giusta per contrarre matrimonio per l’uomo e dodici e mezzo per la donna.
La Legge prescriveva che  la donna fosse libera di sposare chi voleva ma che la scelta restasse nell’ambito della tribù e che  cadesse sul parente più prossimo.Soprattutto se la donna era figlia unica, allo scopo di evitare  che il patrimonio finisse in un’altra tribù.
Era  necessario, però, il consenso del padre della sposa il quale aveva l’obbligo di cedere la figlia al parente più prossimo.

L’istituzione del matrimonio prevedeva due fasi:
-                   La Richiesta di  prendere in moglie una donna  fatta da amici o parenti delll’aspirante marito.
-                   L’accettazione formale da parte della donna.

Il Rito matrimoniale consisteva:
-                   Consegna della sposa allo sposo da parte del padre di lei
-                   Invocazione della Benedizione di Dio
-                   Stesura del contratto matrimoniale

Nel contratto matrimoniale si dichiarava la libera volontà dell’uomo e della donna di contrarre matrimonio, lo stato di verginità della donna, i beni che la donna doveva portare in dote  e l’ammontare dell Mohar, la somma che lo sposo doveva consegnare al padre della sposa o a chi aveva  potestà su di lei .

IL Mohar era una somma in  denaro o  in beni  che diventava proprietà della sposa, ma che di solito era amministrata dal padre di lei. Essa, però, tornava nelle mani della donna  in caso di divorzio o di  decesso del marito.
Ad accompagnare la stesura del Contratto Matrimoniale c’era anche  un rituale simbolico:  lo sposo copriva la sposa con il proprio mantello.  (in caso di divorzio, invece,  lo sposo tagliava un lembo del mantello della sposa).
A suggellare la Cerimonia Matrimoniale c’era il Banchetto Nuziale, allietato da danze, canti e  suoni.

Per vedove in seconde nozze, la cerimonia veniva celebrata il quarto giorno a partire dalla domenica e cioè il mercoledì. Per le ragazze vergini, invece, si celebrava il terzo giorno e cioè il martedì.
Il giorno successivo si riuniva il “Tribunale speciale”: se la ragazza non  era vergine le veniva inviato il  “Libello del ripudio”.
Con il matrimonio lo sposo acquisiva la potestà sulla  donna, ma non la proprietà. Egli aveva l’obbligo di  provvedere al suo sostentamento, ma non poteva vederla e cederla ad altri.Durante il rito, gli sposi  pronunciavano la formula attraverso cui manifestavano  la propria libera volontà ad unirsi in matrimonio:
“Tu  sei mia sorella per sempre.” dichiarava l’aspirante sposo.
“Tu sei mio fratello per sempre” dichiarava l’aspirante sposa
I termini “fratello” e “sorella” presso le antiche  culture avevano anche altri significati, tra cui “sposo” o “sposa”.

Le  cerimonie di Richiesta Matrimoniale o Fidanzamento  e quella di Matrimonio  vero e proprio erano distanziate da un lasso di tempo più o meno lungo ed erano accompagnate  da riti, feste e banchetti che  duravano non meno di sette giorni, un periodo chiamato “Settimana nuziale” , ma che poteva  prolungarsi addirittura per un’altra settimana. 


giovedì 2 aprile 2015

LA DONNA nella CULTURA BIBLICA




Nel grande Libro Sacro dell'Ebraismo, il  Talmud, si legge  "Dio non ha tratto la donna dalla  testa dell'uomo perché lo dominasse,  né dai piedi perché lui dominasse lei, ma dal fianco perché stesse vicino al suo cuore."

Nella Bibbia, invece,  sono varie le voci che  definiscono la "donna  ideale. Nei "Proverbi", ad esempio,  la donna ideale é madre e sposa laboriosa e attiva: l'ultima a coricarsi e la prima ad alzarsi: Non invadente né fastidiosa "come la pioggia che ingrigisce il giorno"" o sfuggente "come l'olio che non si può tenere nell'incavo della mano". Diversa   è invece la donna del "Cantico dei Cantici" in cui si esaltano le qualità fisiche... ma che, in realtà, é soltanto un Poema.

I costumi familiari  nella cultura biblica erano senza ombra di dubbio improntati sul  Patriarcato. I nomi dei grandi Patriarchi sono noti a tutti: Abramo, Isacco, Giacobbe… Notevole rilievo viene, dunque, dato all’uomo nell’ambito della famiglia e assai meno alla donna. Bisogna, però, tener presente che il fondamento  del Patriarcato aveva come fine la forza strutturale della tribù e la tribù poggiava sulla famiglia, nella quale la donna ricopriva soprattutto il ruolo di moglie e madre.

Ma vediamo nel dettaglio quella che era la condizione della donna biblica.
Non aveva alcuna potestà sui figli, essendo, questa, esercitata quasi esclusivamente dal padre.
Alla donna non era consentito  di divorziare dal marito; viceversa, questi poteva farlo in qualunque momento.Soprattutto in caso di sterilità: un difetto fisico imputabile solo alla donna e che l'uomo aggirava tranquillamente ricorrendo alla poligamia (ammessa ma contenuta per motivi economici).  Alla donna ripudiata veniva dato un documento che attestava la sua condizione di donna libera e la possibilità di contrarre nuovo matrimonio,

In verità, non mancarono voci contro questa usanza.Il profeta Malachia, ad esempio, farà dire a Dio: " Io detesto il ripudio

Rimasta vedova, la legge le permetteva di sposare il fratello del marito. (usanza  chiamata Levirato)  senza, però obbligo; obbligato invece era il fratello del defunto il quale in caso di rifiuto veniva tacciato di infamia.  I figli nati da questa unione, inoltre,  prendevano il nome del primo marito. Alla vedova era anche concesso di restare nella casa del marito defunto e di riprendersi la dote che poi passava i figli maschi, in caso di mancanza alle figlie femmine e infine ai fratelli del marito defunto.

Ancora in ambito familiare, una figlia femmina rappresentava sempre  una preoccupazione  per il padre e il consiglio era di mostrarsi in pubblico  riservata e  coperta di veli

In caso di necessità (e talvolta anche senza tale esigenza) il padre poteva vendere la figlia come concubina… consolante, però, sapere che a questo padre (sempre in caso di necessità) veniva concessa la facoltà di vendersi anche i figli maschi…

Qualcosa di buono per la donna?… sembra che la somma versata dallo sposo per procurarsi una moglie, restasse a lei, invece che aggiungersi al patrimonio dei nuovi parenti.
Qualcosa di simile accadeva anche alle donne romane, specialmente in epoca imperiale, le quali seppero farne buon uso (come vedremo in seguito) per affrancarsi (i primi tentativi, in verità) da secolari tradizioni.

A G A R

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Versione in lingua : inglese, francese, spagnolo - AMERICA STAR BOOKS

AGAR

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