venerdì 12 giugno 2015

HUTHSEPSUT - la REGINA-FARAONE





Questa figura di Regina ha sempre affascinato studiosi e scrittori  e di lei si è molto discusso e si continua a farlo. Dei fatti che la riguardano, la versione più attendibile ed universalmente  accettata da studiosi ed egittologi è, forse, quella che segue.
Figlia del faraone Thutmosis I della XVIII Dinastia, sposa, come consuetudine, il fratello Thumosis II. Alla morte di questi, essendo l’erede, il futuro, grande faraone Tuthmosis III, ancora troppo giovane per governare il Paese, la Regina ne assume la Reggenza assicurando che governerà secondo la volontà del nipote.

Intelligente, bella e dotata di eccezionali capacità   politiche e  diplomatiche, Hatshepsut aveva ereditato dal padre un carattere  forte ed  energico.  Educata come un maschio,  il Faraone  la portava con sé a caccia e la preferiva ai figli maschi. Coraggiosa ed  intrepida, a dieci anni uccise il  suo primo leone.

Lei è:  Figlia di Re  - Sposa di Re - Sorella di Re - Sposa di Dio - Grande Sposa Reale... ma     è   troppo ambiziosa pe essere solo Sposa e Regina. Huthsepsut vuole   il potere come Sovrano e il sovrano é un Re e non una Regina ed allora  assumerà caratteristche maschili  che faranno di lei un Faraone come tutti gli altri: porterà la barba posticcia, la Doppia Corona, e si ornerà con la coda di leone, come i grandi  Faraoni  del passato e sarà prioprio quella del suo primo leone cacciato a dieci anni.

Prima, però, deve legittimare il proprio potere.

In Egitto non esiste il diritto di primogenitura, ma quello di designazione dell'erede, da parte del Faraone in carica. Per prima cosa, perciò,  deve dimostrare che é stato il faraone Thutmosis I, suo padre, a nominarla suo erede

Lo farà in maniera  magistrale e plateale. Lo farà in modo che tutti lo sappiano: lo farà scrivere nel "Sublime dei Sublimi", lo spettacolare Tempio Funerario che si fa costruire a Deir el Bahary.

Per descrivere la magnificenza di  questo Monumento  e le sue iscrizioni,non basta questo post .. vi é scritta tutta la storia di questa  grande  Regina. Vi è una scena straordinaria in cui é descritto il suo  concepimento da parte del dio Ammon nelle sembianze del faraone Thutmosi I, suo padre, con la regina Amesh, sua madre.

Discendenza rwgale, dunque, ma anche divina.

Vi è raffigurato un Consiglio Divino presieduto da Ammon-Ra che comunica agli Dei la sua  decisione di unirsi alla regina Amesh-Nefertiti, la donna più bella. Con il consenso degli Dei,  Ammon,  assunte le sembianze di Thutmosi I°,  scende sulla terra ed  entra nella stanza della Regina che trova addormentata.  La Regina si sveglia al profumo divino che emana il corpo dello sposo e si congiunge a lui. Dall'amplesso nasce Huthsepsut.

Alla nascita,  gli Dei si presentano con un dono e infine  la neonata viene presentata a tutti gli Dei.

Viene presesentata  anche  al Faraone, seduto sul trono, che  la nominerà suo successore con il nome di HUTHSEPSUT, che significa "La prima fra i nobili".

Aveva 15 anni circa quando  sposò il fratellastro, Thutmosis II e questi ne aveva circa 21. Fin da subito, però, lei dichiarò che il padre, Thutmosi I aveva  designato  lei a succedergli e   fin dalla nascita.

In questo  ambizioso  progetto  fu appoggiata dal più potente Partito di Sostenitori: quello dei Sacerdoti di Ammon.  Senza il loro appoggio e soprattutto senza l'appoggio del Gran Saceedote Hapusenab, la sua avventura sarebbe stata  impossibile. Fu proprio Hapusenab, infatti, a sostenere il mito della sua nascita divina.

Hapusnab, infatti, dirigeva  tutti i culti del Paese e ne aveva il controllo attraverso gli Oracoli.

Fu proprio con un Oracolo che  Huthsepsut  mise in atto uno  degli intrighi di corte più clamorosi della storia.

Attraverso una messa in scena assai teatrale, occupò il trono senza colpo ferire e vi regnò per più di 20 anni come Regina-Faraone. Un mattino, mentre officiava in onore del dio Ammon, questi le apparve e, fra tuoni, fulmini e saette, così proclamò (pressappoco):
“In Te voglio compiacermi, figlia mia. Da oggi il tuo nuovo nome sarà Kem-hut-Ra: Colei che regna su Kem (Egitto) con il favore di Ra.”

Donna bella, colta e ambiziosa, era dotata anche di una acutezza politica e molte furono le riforme sociali da lei introdotte nel Paese.



Una corte di fedelissimi  c'era  anche a       Palazzo Reale.  Primo fra tutti, fu Senenmut, architetto e Gran Dignitario, da cui ebbe anche una figlia: Nefrure, che in seguito fece sposare all’erede, Thutmosis III.

Per la sua tomba non scelse la Set-Maaty (Sede della Giustizia), oggi meglio conosciuta con il nome di “Valle dei Re”, dove erano sepolti tutti i Sovrani, ma non volle neppure la Set-Nefrure,(Sede della Bellezza) dove erano sepolte le Regine. Lei scelse un sito diverso, l’attuale Deir-el-Bahari, dove si fece costruire uno dei più straordinari Complessi Funerari: il Sublime dei Sublimi.
Sulle pareti e sulle colonne fece trascrivere  non  solo  la sua storia ma anche le delle sue conquiste militari e, soprattutto,  come si é gia detto, l’accoglienza, alla nascita, da parte del dio Ammon, Patrono di Tebe, che la riconosceva come  “Sua Figlia” e ne legittimava il diritto ad occupare il trono d’Egitto.
Morì all’età di 60 anni circa, dopo quasi 22 anni di regno.
La tradizione vuole che il successore, dopo la sua morte, si sia accanito nel voler cancellare di lei perfino la memoria, per vendicarsi di averlo per così tanto tempo tenuto lontano dal trono. In realtà, il faraone Thutmosis III, fece vaghi cenni, in alcune iscrizioni, ad un “periodo di disaccordo” con la Regina.
Certo è che non era facile far cancellare tutte le iscrizioni dai colossali monumenti fatti erigere dalla Regina; più devastante fu l’intervento del faraone Akhenaton, che ordinò di cancellare il nome di Ammon da tutti gli edifici del Paese, compresi quelli della Regina-Faraone.

venerdì 1 maggio 2015

A TAVOLA con il FARAONE


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Alla destra del Faraone sedeva la Grande Regina Consorte e al suo fianco avevano preso posto le altre Spose Reali e le loro figlie; quattro posti mi separavano da Meritre: quello di Maritammon, Nefrure, Iter e sua madre.
Il principe erede Amenopeth sedeva alla sinistra del Faraone e gli altri principi venivano dopo; seguivano gli ospiti. Io venni a trovarmi di fronte al principe Hiram di Biblos.
I membri della famiglia reale e i suoi ospiti più illustri occupavano tutti seggi di squisita fattura, splendidi oggetti di legno intagliato, stuccato o dipinto, provvisti di alti schienali e braccioli d’appoggio. Nessuno, però, eguagliava in dimensioni e preziosità quello del Faraone.
Nobili, dignitari e ambasciatori, occupavano sedili di legno con più modeste decorazioni. Erano raccolti intorno a tavole di più ridotte dimensioni, a tre o quattro gambe collegate da traverse di traliccio, preziose nella fattura e nelle decorazioni. Tavoli e sedie rivelavano le doti d’eccezionale bravura dei nostri artisti, tanto apprezzati anche nei Paesi stranieri.
Mirhinhor, l’addetto alle Cerimonie di corte, aveva fatto distribuire ad ogni commensale un minuscolo pezzo di lino con cui pulirsi le mani: una moda proveniente dalla raffinata corte di Babilonia, aveva spiegato.
Mirinhor era un uomo molto importante. Godeva d’una posizione di prestigio e, fra tutti i dignitari, escluso il Visir e il Gran Sacerdote, era quello più vicino al Faraone.
Grosso e ben pasciuto, il corpo voluminoso dichiarava, senza ombra di dubbio, la sua propensione per creme di latte, dolciumi e grasso d’oca. Riusciva a portare quella pinguedine con tale allegrezza e noncuranza da guadagnarsi le simpatie di tutti. Era sempre in movimento, nonostante la mole; su e giù per l’immensa sala, dava ordini qua e là e ogni cosa filava a meraviglia.
Per organizzare quel sontuoso banchetto di corte, da ben due mesi aveva mobilitato tutti i servi e tutti quelli che lavoravano nelle cucine e nei magazzini, ma alla fine tutto era risultato perfetto, pulito e profumato. Nei giardini come all’interno delle sale. Molto attento a mantenere una reputazione che si era guadagnato nel tempo, soprattutto agli occhi della Regina, Mirinhor svolgeva il suo compito con diligenza ed era severo con quelli che lo assistevano e servivano non più che con se stesso, perciò godeva anche di fama d’uomo giusto.
Ad un suo cenno un gruppo di graziose ragazze cominciò ad aggirarsi tra le tavole distribuendo ghirlande di fiori, frutti di melograno e coni profumati.
Il principe di Biblos, e così i suoi compagni, accettò con un sorriso i fiori e i melograni, ma si mostrò un po’ perplesso con il cono di cera profumata. Ciò nondimeno, quando gli fu spiegato quale sollievo sarebbe stato contro la calura della stagione, accondiscese a che l’ancella glielo posasse sulla testa, così come avevano fatto i principi egiziani e i cortigiani.
Immediatamente dopo, nell’aprire le giare di vino appena giunte in sala, un profumo delicato e genuino andò espandendosi nell’aria.
Il Faraone sollevò la sua coppa, in cui Mirinhor in persona vi aveva versato del vino, e aprì il banchetto.
Un gruppo di danzatrici, intanto, seguito da flautiste e suonatrici di sistri, stavano facendo il loro ingresso; un arpist era già in attesa, inginocchiato al centro della sala accanto al suo strumento.
Era un ragazzo cieco, educato fin dalla nascita all’uso dello straordinario strumento caro ad Hathor.
Appoggiata all’alto schienale della sedia, io fissavo intensamente quell’arpa. A sette corde, ricca di preziosi ornamenti, riproduceva la sagoma di una sfinge.
Flauti e liuti avevano già invaso la sala con la loro melodia; danzatrici e cantanti, giovanissime, seminude e luccicanti di gioielli, cantavano e si muovevano al ritmo cadenzato del battito delle mani.
“Sii felice. Fai obliare al cuor la sorte umana.
Fa ciò che ti piace finché vivi
Versati mirra sui capelli, in fini lini avvolgiti,
con preziosi aromi profumati.
Passa felicemente il giorno e non affliggerti,
Tanto nessuno di coloro che se n’è andato, è mai tornato”
L’arpista cominciò a suonare; le sue dita accarezzavano lievi le sottilissime corde tese.
Un’armonia dolcissima andò diffondendosi nell’aria; s’insinuò
piano nel mio spirito e prese a condurne i battiti del cuore. Sottilmente. Dolcemente.
Ascoltavo estasiata, naufragando in uno scampolo di eternità; navigando in un mare di fantasia. Come una navicella abbandonata a se stessa.
D’improvviso la navicella ondeggiò e minacciò di inabissarsi: il mio sguardo aveva incontrato quello del principe Hiram. Annegai nei suoi occhi profondi e scuri; scuri più d’ogni cosa al mondo, più della notte stessa e del buio.
Anche lui mi fissava e i suoi occhi narravano con gli sguardi la storia di una vita intrepida, vissuta tra forti emozioni, pericoli superati e altri ancora da superare.
Taceva, come tutti gli altri, in attesa del permesso del Faraone, ma quando questo arrivò, le sue parole furono una poesia dedicata a me.
“Le piante del canale sono fiorite,
ma la tua bocca è un bocciolo profumato.
Le tue braccia sono giunchi
e la tua fronte è una trappola d’acacia.”
Mosse il capo e fece tintinnare i preziosi orecchini che gli pendevano dai lobi delle orecchie.
Io arrossii, ma non chinai lo sguardo.
Hiram indossava una tunica nera, come quando lo avevo visto scendere dalla nave, ma da vicino le sue spalle mi parvero più gagliarde e i muscoli, forgiati dalle mille fatiche, potenti e distribuiti con armonia. La faccia abbronzata non era effeminata e dipinta come quella dei cortigiani, ma bella di maschia bellezza. Ai miei occhi pareva così perfetto da sembrare una statua del laboratorio di Senmut, il più bravo riproduttore d’immagini.
Il Faraone lo guardò benevolo: il principe Hiram, figlio di Re, era il solo a poter rivolgere direttamente la parola ad un membro della famiglia reale.
Anche la Regina Meritre gli sorrise, poi lo invitò a raccontare qualcuna delle sue peripezie attraverso i mari e questo mi tolse dall’imbarazzo di una risposta.
Il principe accondiscese con un sorriso e si toccò i capelli trattenuti sulla fronte da una fascia di porpora, poi cominciò:
“Racconterò di Talo, il Servo di bronzo dalla testa di toro che Zeus donò a Minosse, re di Creta, come custode dell’isola. Questo Talo aveva un’unica vena che gli correva dal collo ai talloni, tappata da un chiodo di bronzo. Egli distruggeva i nemici di Minosse arroventando il suo corpo sul fuoco…”
Nel silenzio generale pendevano tutti dalle labbra del principe della Porpora: il calore del corpo e quello dell’atmosfera gioviale che si andava creando, avevano quasi sciolto il cono sul suo capo, profumandogli i capelli e l’abito di un aroma penetrante. Profumo di sandalo, forte e virile. Adatto a lui.
Guardai i miei fratelli: Amenopeth, che non aveva ancora aperto bocca, se non per divorare pietanze di sapore fenicio offerte in onore degli ospiti: antipasti in foglie di vite e minestre di lenticchie.
Osservava l’ospite con tanta attenzione che questi non poté non notarlo e sollevare verso di lui la coppa di vino di fichi: un altro dono della terra fenicia.
Che fosse geloso del suo ospite? Che invidiasse quella vita senza vincoli e piena di avventure? Non avrebbe dovuto avere ragioni per invidiarlo, pensavo, dal momento che il Faraone gli aveva messo al fianco il valoroso Amenemhab e posto al comando di una squadra di arcieri, cosa che avrebbe permesso anche a lui di girare per il mondo.
Anche la principessa Maritammon, sua promessa, seduta di fronte a lui, guardava l’ospite furtivamente ma con insistenza; Amenopeth era forse geloso?
Maritammon era tutta sorrisi, mentre divorava pietanze aromatizzate alla maggiorana e al timo.
Pure Amosis seguiva con molto interesse i racconti del nostro ospite. Fino a quel momento non aveva fatto che lamentarsi del largo shebju, il collare di pietre preziose, che gli pizzicava il collo e della nemes, il copricapo triangolare, che metteva per la prima volta e doveva pesargli in testa.
Nel suo sguardo erano venuti a navigare fantastiche navi e mostri marini. Io li “vedevo” e li “inseguivo”, con lui e “dentro” di lui. Nella sua mente.
Gli sorrisi mentre portavo alle labbra la coppa di dolce vino d’uva bianca, dono dell’ospite e unico, concesso da bere a noi ragazze. Un vinello traditore, in verità. Più di quello che le mogli dei servi del gineceo, ci portavano da bere di nascosto. In verità, neppure gli ospiti disdegnavano quel vino dolce più del miele e l’allegria aumentava ad ogni sorso.
Le grosse giare d’irep, il vino che solitamente giungeva sulla tavola del Faraone, provenivano dalle vigne reali del Delta. Per l’occasione, Mirinhor aveva fatto arrivare apposta dalla Siria le giare di cui i servi stavano spezzando i sigilli.
Contenevano shedeh, il vino più pregiato, fermentato al miele ed agli aromi esotici. Era stato travasato ben otto volte, prima di essere servito, così come dichiarava la scritta apposta sul tappo.
Oltre al vino, gli ospiti mostravano di gradire molto anche carne, pesce e verdure e le dita delle loro mani, che continuavano a leccarsi come bambini golosi, erano sempre unte d’adkh e merhet, burro e grasso di sesamo: i cuochi egiziani erano i più richiesti in tutte le corti straniere.
Iter, al mio fianco, assaporava deliziose focaccine ripiene di miele, uva passa e canditi, ma con gli occhi divorava l’ospite. Quali pensieri le passavano per la mente? Guardava il principe Hiram in maniera così sconveniente che persino sua madre le dette una gomitata.
Solo Nefrure, come imponeva la buona educazione, sedeva raccolta e dignitosa. Nefer invece, ancora troppo giovane per conformarsi all’etichetta di corte, era un allegro scroscio d’acqua e la guardavano tutti con indulgenza.
Gli ospiti, molti dei quali sfoggiavano belle barbe scure e ricciute, attendevano il permesso del Faraone per prendere la parola e guardavano un po’ stupiti, la barba finta del loro illustre ospite.
Forse ignoravano che un Faraone, in vita, non poteva portare una barba vera e che anch’egli aveva obblighi da rispettare: uno era quello di radersi due volte al giorno.
Ora il Faraone parlava con il principe Hiram. Insieme discutevano di navi, cantieri, marinai, ma soprattutto dell’imminente, l’ottava, spedizione militare nel Paese di Naharim.
Il Faraone gli aveva affidato il comando della flotta egiziana ferma nel Delta e pronta a salpare. I destini di molte genti erano legati a quella spedizione e il Faraone l’aveva organizzata in ogni dettaglio. Aveva fatto costruire lungo tutta la costa una linea di porti distanti un giorno di mare l’uno dall’altro e a Biblos aveva fissato il quartiere generale.
Intanto il banchetto volgeva lentamente al termine. I vassoi di carni e verdure erano semivuoti e così i cesti di frutta fresca o secca: fichi, uva e prugne, ma soprattutto melograni, il cui succo accendeva il sangue nelle vene.
Calici e coppe chiedevano ancora di essere riempiti. Pane, nessuno ne chiedeva più; qualche dolce al miele, alle carrube o all’uva secca.
Giunse anche il momento più atteso e il Faraone levò finalmente la coppa, l’ultima, in direzione di Hiram: il principe doveva indicare quella, tra le principesse reali, che gli ambasciatori di Biblos avevano scelto come sposa del loro sovrano.
(continua)
brano tratto da  "A G A R"  di  Maria PACE
su  AMAZON
o AUTOGRAFATO direttamente presso l'Autrice
mariapace2010@gmail.com

giovedì 9 aprile 2015

IL REN ... il nome segreto




Il mio nome è MARIA PACE. Il ren, ossia il nome, dicevano gli Antichi Egizi, é lo strumento che conferma l’esistenza di una persona, uomo o donna. Senza il proprio nome, dicevano, la persona non esiste.
Questo, d’altronde, vale anche ai giorni nostri: basta guardare gli imbarazzanti atteggiamenti dei concorrenti dei vari reality che imperversano in TV.
Ai tempi degli antichi Egizi, il nome era una cosa seria. Ne volete una prova?
ISIDE, la più potente fra le Divinità femminili del Pantheon egizio, narra una leggenda, decise un giorno di concentrare in sé tutta la potenza divina, detenuta dal vecchio e bavoso Ra, Padre degli Dei.
Con la complicità di TIAMAT, Dea-serpente, iniettò del veleno nel corpo di RA e lo ricatto:
“Rivelami il tuo ren, il Tuo nome segreto, ed io ti libererò di questa sofferenza.”
Il Padre degli Dei temporeggiò e provò ad ingannarla:
“Io sono Khepry che sorge al mattino – disse – Ra che arde a mezzogiorno e Ammon che tramonta a sera.”
“Questo non è il tuo ren.” insistette la Dea.
Quando RA capì che ISIDE non avrebbe ceduto, fu lui a capitolare:
“Figlia ingrata!” proruppe e la pregò di accostare l’orecchio alle sue labbra affinché altri non udissero il suo divino-ren.
Se tutto ciò non vi pare ancora sufficiente a comprendere l’importanza del “nome” per gli antichi Egizi, sentite questa, allora!
Sapete quel che il faraone Thutmosis III fece a sua zia, la famosa Regina-Faraone Huthsepsut, Grande Consorte Reale di Thutmosis II?
La Regina si fece sedurre dal potere e, di fatto, regnò per diciassette anni circa sul Paese. E non come Reggente, (Thut III era ancora ragazzo) ma come una vera Sovrana.
Quando il nipote-figliastro riuscì ad agguantare il potere, fece scomparire il nome, si dice, da tutti i suoi monumenti. Cancellandone il nome, il Faraone volle cancellarne il ricordo, la memoria e l’esistenza stessa.
Davvero straordinari, questi Antichi Egizi, eh!!

VITA da FARAONE




Il Faraone era un Sovrano diverso da tutti gli altri e diversa era anche la sua vita.
A differenza delle altre civiltà dell'età del bronzo le quali si  svilupparono in una serie di città-stato rivali tra loro, l'Egitto manifestò subito una tendenza verso una unità nazionale personificata nella figura del suo Dio-Re al cui modello umano finirono per uniformarsi, gradatamente, tutte le altre Divinità.  La figura del Dio-Re, concreta e tangibile, riusciva a soddisfare le esigenze di un popolo che possedeva di Dio un'immagine reale.
L'intero Paese prendeva parte alla "creazione" de suo Re-Dio fin dalla sua Incoronazione, una Cerimonia a cui partecipavano tutti gli Dei ed in cui  egli riceveva le varie Corone: la Corona Rossa del Basso Egitto, la Corona Bianca dell'Alto Egitto, ma anche  il Casco Blu da combattimento o la Corona  Atef, ecc...  tutte oggetto di culto.

La concezione di Sovrano quale Dio-Incarnato faceva di lui la personificazione della Ma'at, vocabolo che tradotto vuol dire "Rettitudine" "Giustizia" "Verità", cosicché, con la sua Incarnazione, il Sovrano diventava il garante della Giustizia e  dell'Ordine Precostituito delle cose.
Con lui si apriva una nuova era. Ad ogni cambiamento di Re,  l'intero universo veniva ricreato secondo lo schema originario: la Ma'at, infatti, poggiava sulla tradizione degli eventi avvenuti in passato ed ai quali, nelle sue azioni, il Re doveva uniformarsi. La  Regalità,  infatti, era immortale e non riferita alla persona fisica, bensì al concetto che rappresentava.
Il Faraone che appariva per la prima volta al suo popolo era paragonato al Sole, ma  ciò che si celebrava attraverso la Cerimonia di Incoronazione non era la persona, non era l'uomo, ma l'istituzione e il principio di Regalità.
Il Faraone non era l'uomo, ma il principio che incarnava: al suo cospetto, come al cospetto di una Divinità, ci si presentava con le dovute precauzioni perché l'influenza e l'influsso che emanavano dalla sua persona erano quelle di un Dio, capaci di folgorare e incenerire.

Per questo il Faraone é diverso da ogni altro Sovrano; egli  non poteva comportarsi secondo la propria volontà, ma doveva render conto al suo popolo ed agli Dei di cui era l' Incarnazione ed all'universo di cui era il garante.
La regolamentazione delle sue attività e della sua condotta erano assai rigide e come disse Diodoro:
"... egli aveva un tempo fissato non solo per quando doveva tenere udienze. rendere giustizia, ma anche per quando doveva passeggiare, fare il bagno o dormire con la consorte. In una parola, per ogni attività."
Ogni suo atto, pubblico o privato, era determinato da Leggi prescritte e non da volontà propria. A servirlo, inoltre, non erano servi o schiavi comuni, ma personale giovane e qualificato appartenente alle più nobili famiglie.
La vita di un Faraone non era, pertanto, semplice e sempre piacevole, come per certi sovrani di altre epoche o Paesi, ma piuttosto gravosa e pesante. Cominciava fin dal mattino un complicato rituale che andava dal risveglio alla cura della persona e alla scelta dell'abbigliamento: dalla parrucca ai sandali.
Uno dei titoli più ambiti era quello di "Portatore dei Sandali del Re".
Gli impegni quotidiani erano molteplici: doveva concedere udienze, praticare il culto, esercitare la giustizia... il sacro e il quotidiano, dunque, erano  legati indissolubilmente l nella sua persona di Uomo-Dio

La complessa religiosità degli Egizi




Era convinzione di questo straordinario popolo, che l’esistenza umana attraversasse tre momenti, tutti e tre fondamentali, misteriosi e complessi:
- la vita terrena
- la morte
- la vita ultraterrena
Già cinque secoli prima di Cristo, lo storico Erodoto scriveva:
“Gli Antichi Egizi erano un popolo che praticava il Culto dei Morti, ma amava intensamente la vita.”
Sembra una contraddizione,  ma non lo è!

- La Vita terrena, dicevano gli Antichi Egizi, era un dono che gli Dei facevano alla creatura umana per consentirle di prepararsi alla vita ultraterrena: l’Eternità e l’Immortalità.
Questo popolo fu ossessionato dall’idea di Immortalità: per essa, eresse opere colossali come La Sfinge e le Piramidi, innalzò Templi e Santuari che  sfidano ancora oggi il Tempo.

- La Morte, per il popolo nilotico, costituiva un passaggio tra la prima fase e la seconda e non era vissuta  con l’ossessione dei giorni nostri. Poteva essere traumatica, certo, e certamente era rifuggita, ma, al contempo, accettata con fatalità e pragmatismo.

- La vita ultraterrena, ossia la Vita Eterna, desiderata ed agognata da tutti, non era, però, appannaggio dell’intera umanità, poiché bisognava meritarsela. Per comprendere appieno la profondità di questo pensiero filosofico, basta leggere qualcuna di quelle Massime Sapienziali che invitavano a vivere una vita terrena onesta e operosa e generosa:
“L’uomo litigioso causa disordini.”
“Non essere malvagio: la bontà genera simpatia.” oppure:
“Onora una vita di lavoro: l’uomo che non ha nulla diviene desideroso dell’altrui proprietà.”
“Agisci rettamente durante il tuo soggiorno terreno.”
E ancora:
“Aiuta le vedove e coloro che sono in lacrime.”

Per consentire tutto questo, dicevano gli Antichi Egizi, Dio aveva dotato la creatura umana di una complessa natura e di un certo numero di… per comodità le chiameremo entità, termine da cui esoterici e pseudo-studiosi, hanno sempre attinto a piene mani per le loro bizzarre dottrine, teorie e affermazioni.
Sette. Erano sette, queste entità, ognuna con un compito ben specifico.
- Djet: il corpo, deputato ad operare durante la vita terrena. Viveva fisicamente le esperienze di vita, come amare, lavorare, essere la salute o sopportare la malattia,  ecc.
- Ka: chiamato anche “Doppio”. Copia esatta del djet, era fisicamente inconsistente, trasparente ed evanescente; corrispondeva a quello che noi, gente moderna, chiamiamo Spirito o Fantasma.
Era raffigurato con due braccia sollevate verso l’alto ed era quella, fra tutte le entità del defunto, che aveva il compito di intraprendere il viaggio nell’Oltretomba per sottoporsi al Giudizio di Osiride.
- Ba: un po’ difficile, definire questa entità. Di sicuro era qualcosa di speciale, che solo la creatura umana possedeva e che la differenziava all’animale (senza anima).
Alla sottoscritta piace definirla la parte divina che è in ogni essere umano: l’Anima, che Dio trasfuse all’uomo quando lo creo, soffiandogli attraverso le narici. (concetto ripreso successivamente dalla cultura ebraica: basta leggere la Bibbia e la Creazione dell’uomo)
Il Ba è raffigurato come un uccello (quasi sempre un airone) con testa umana, forse a causa della presenza dei numerosi stormi d’uccelli che stazionavano sulle cime dei monti delle necropoli.
- Ib: il cuore, sede della coscienza e del carattere di ogni individuo.

- Shut: l’Ombra. Copia in negativo del djet, alla morte dell’individuo, l’Ombra si staccava dal corpo e vagava inquieta nell’attesa del Giudizio di Osiride. Accadeva anche che lo seguisse nell’Aldilà.

- Ren: il Nome. Era così importante, questa entità, da negare l’esistenza a chi non lo possedeva o non lo possedeva più. Basti pensare al deplorevole uso di cancellare da Templi e Monumenti, il nome di alcuni Faraoni scomodi, come il celeberrimo Akhenaton, al solo scopo di cancellarne la memoria.
- Akh: chiamato anche il Glorioso o il Luminoso.



Cosa accadeva ad una persona appena defunta?
Ecco il rituale cui era sottoposta e il mito, a cui il popolo egizio si aggrappava.
Convinto?... Immagino di sì!... Almeno quella parte del popolo tenuto nell’ignoranza!
Subito dopo il decesso, i Sacerdoti funerari prelevavano il cadavere e lo trasportavano alla Casa dell’Imbalsamazione per prepararlo “fisicamente” all’Immortalità.
Settanta o anche ottanta giorni, durava il processo di conservazione del corpo, ma qui, bisogna fare una distinzione fra Imbalsamazione e Mummificazione.
La seconda era un “processo naturale” di conservazione del corpo e lo si praticò, all’incirca, fino alla IV o V Dinastia (epoca di Giza, Sakkara, ecc). Non occorreva intervenire sul corpo, poiché bastavano clima secco e temperature elevate.
La prima era, invece, un “processo artificiale”. Il  corpo veniva svuotato degli organi molli (fegato, stomaco, intestino e polmone, i quali venivano conservati in appositi contenitori,  conosciuti con il nome di vasi canopi) e il vuoto era riempito con paglia, resine, balsami; poiché non si praticava ancora la sutura delle ferite,  queste tendevano ad aprirsi. Per ovviare all’inconveniente, il cadavere veniva avvolto in bende tenute insieme da una colla, scura e densa. Ancora oggi non se ne conosce bene il composto, che  qualcuno chiamò (in egiziano): mummif (bitume), da cui la parola  mummia.



Seguiva una cerimonia funebre officiata, alla presenza di amici e parenti, da Sacerdoti funerari, tra cui il sacerdote-sem, riconoscibile (in pitture parietali o papiri) dalla pelle di leopardo sulle spalle e il chery-webb, Sacerdote –lettore,riconoscibile dalla lunga stola bianca adagiata su una spalle.
Prima di calare il sarcofago nella tomba,  si metteva in atto un complesso rituale conosciuto come “Il rito dell’apertura della Bocca”, che avrebbe restituito i sensi al defunto e gli avrebbe consentito una vita  “normale”..

Cosa accadeva, nel frattempo alle altre entità?
Il Ba, l’Anima, usciva dalle narici e con forma di uccello con testa umana, volava sulle montagne della necropoli. Qui restava in attesa di congiungersi alle altre entità, dopo il Giudizio di Osiride.
Anche la Shut, separata dal corpo, restava in attesa e in caso di Giudizio sfavorevole, si aggirava di notte, arrecando ovunque terrore e danno. Qualche volta riusciva a seguire il Ka nel suo peregrinare lungo le vie dell’Oltretomba e, se il Giudizio di Osiride fosse stato sfavorevole, non c’era scampo neppure per essa.
-L’Ib, il Cuore, doveva raggiungere il Tribunale di Osiride per essere giudicato. Messo su uno dei piattelli della Sacra Bilancia di Maat, Dea della Verità e della Giustizia, doveva pesare non più della Sacra Piuma, che la Dea si staccava dal capo e poneva sull’altro piattello.



Ma… torniamo al Ka, lo Spirito. Era il solo (a parte il Cuore) fra tutte le entità del defunto, a mettersi in viaggio attraverso le oscure ed insidiose vie della Duat, l’Oltretomba egizia. Doveva affrontare creature spaventose come il serpente Apep,(meglio conosciuto con il nome di Apofi), il leone Akhet, il coccodrillo Shui e molte altre ancora; doveva percorrere fiumi dalle acque impetuose, laghi di fuoco, montagne di ghiaccio e… (chi più ne ha, più ne metta).



In questa impresa, però, non era né solo né sprovveduto:  Divinità funerarie erano pronte ad aiutarlo e, naturalmente, la  Magia... la magia, ancella della Religione o, più esattamente, sua comprimaria: il defunto, infatti, aveva a sua disposizione He-kau, formule magiche per affrontare pericoli e annientare nemici. Erano, per lo più, scritte su scarabei di pietra turchese; in alcune tombe ne sono stati trovati fino a novanta esemplari.
Giunto alla Sala del Tribunale, lo aspettavano Osiride e la Corte dei Quarantadue Spiriti, ognuno dei quali rappresentava un peccato: invidia, inganno, appropriazione indebita, ecc.)
Formule magiche, naturalmente, lo aiutavano a superare le difficoltà… D’altronde, bastava essere innocente di almeno Sette dei Quarantadue Peccati per scongiurare la fine.
Una fine davvero orrenda, quella riservata ai peccatori: le fauci di Ammit la Bestia, un ibrido con testa di ippopotamo, corpo di leone e coda di coccodrillo.
Il Ka che fosse riuscito a superare il Giudizio, poteva fare due cose (e di solito le faceva entrambe): restare nell’Oltretomba e soggiornare negli Hotep Jaru, il Paradiso egizio, come  Spirito, oppure tornare nella hut-ka, la tomba, dove lo aspettava il corpo imbalsamato e dove poteva congiungersi alle altre entità e vivere fisicamente in quella dimora.
Era quello, infatti, lo scopo della preservazione del corpo fisico: dare un supporto allo Spirito e permettere al defunto la sua Vita Eterna.

E l’Akh, il Luminoso?
All’interno della tomba poteva accadere uno strano fenomeno: dopo un po’, il corpo di un defunto innocente e virtuoso cominciava ad emanare luce. Meno erano i peccati, più intensa si faceva la luce: un modo poetico, forse, degli Antichi Egizi, di spiegarsi il fenomeno dei fuochi fatui.

A G A R

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